Chinatown

1974, Giallo

Chinatown: 40 anni di un capolavoro

Il 20 giugno 1974 esordiva nelle sale americane Chinatown, l'intramontabile capolavoro noir di Roman Polanski, interpretato da Jack Nicholson e Faye Dunaway: in occasione del suo 40° anniversario, torniamo a parlarvi di un film straordinario entrato nella mitologia del cinema.

Esiste un oscuro connubio tra fascinazione e repulsione nell'indagine sul Male che costituisce il fulcro del cinema di Roman Polanski, fin dagli esordi del regista polacco.

Un Male da indicare non a caso con la lettera maiuscola, in quanto si tratta inesorabilmente di un Male metafisico, che da un principio di concretezza - e cosa vi è di più concreto di una detection poliziesca? - si trasfigura nell'impalpabilità della pura astrazione: le allucinazioni di Catherine Deneuve in Repulsion (un titolo rivelatore) e dello stesso Polanski ne L'inquilino del terzo piano, la minaccia invisibile de L'uomo nell'ombra (dove perfino il ghostwriter di Ewan McGregor è un "fantasma" privato del nome), oltre ovviamente a Rosemary's baby, film sulla personificazione del Male assoluto - Satana - ma senza che ce ne vengano mai mostrate le fattezze.

Perché il Male, e Polanski lo sa bene, si annida nelle profondità dell'animo umano, e si manifesta solo negli occhi di chi ha l'ardore (o la fatale imprudenza?) di osservarlo dritto in faccia: lo sguardo terrorizzato di Rosemary / Mia Farrow al cospetto della culla maledetta, per esempio, o quello del detective Jake Gittes (e il detective, in inglese, è chiamato private eye, "occhio privato") nella sequenza finale di Chinatown, il massimo capolavoro nella carriera del cineasta nato a Parigi nel 1933.

Un capolavoro fuori dal tempo

Chinatown: Faye Dunaway e Jack Nicholson in un momento del film

Partorito dalla formidabile penna di Robert Towne, il quale si aggiudicò il premio Oscar per la miglior sceneggiatura (su un totale di ben undici nomination), Chinatown, ultima produzione americana di Polanski, è uno di quei film che non soltanto si sono rivelati capaci di penetrare nell'immaginario cinematografico (obiettivo riuscito del resto ad innumerevoli pellicole nate durante l'irripetibile decennio della New Hollywood), ma che di fatto hanno riscritto i codici di un genere ormai cristallizzato quale il noir, innervandolo di pulsioni inedite e modernissime. Inserito puntualmente dall'American Film Institute in cima alle classifiche dei migliori film di sempre, a quarant'anni dalla sua uscita originaria Chinatown ha mantenuto inalterata tutta la sua cupa bellezza, insieme a quell'aura quasi mitica che ben si addice ad un'opera "fuori dal tempo", in grado di stupire, coinvolgere ed ammaliare ancora oggi come quattro decenni fa. Un'opera nella quale si esprimono al massimo grado la poetica e l'estetica proprie di un autore per il quale la "cognizione del dolore", l'intrinseca sfiducia per le sorti di un'umanità soggiogata da istinti autodistruttivi, rappresentano il fondamentale punto di partenza per qualunque racconto, nel segno di una negazione del determinismo che coincide piuttosto con il suo radicale rovesciamento: la presa di coscienza dell'ineluttabilità del Male.

Jack Nicholson: lo sguardo del detective

Chinatown: Jack Nicholson in una scena del film

Parlavamo dello sguardo: in Chinatown l'occhio, e di conseguenza il punto di vista privilegiato, è quello di Jake Gittes, rude detective privato la cui figura, fra pragmatismo e tagliente ironia, pare ricalcata su quella degli eroi archetipici del genere hard boiled, come Sam Spade o Philip Marlowe. A prestare il volto a Jake Gittes, ingaggiato per quello che sembrerebbe un banale caso di infedeltà coniugale e poi trascinato in un intrigo assai più complesso, è un memorabile Jack Nicholson, attore-simbolo del grande cinema americano degli anni Settanta (Cinque pezzi facili, L'ultima corvè, Qualcuno volò sul nido del cuculo), che per la maggior parte del film presenta una vistosa fasciatura sul naso, dovuta alla ferita infertagli da un sicario impersonato dallo stesso Polanski (in un gustoso cameo). Già a partire dalle sequenze iniziali, in più occasioni la cinepresa aderisce alla prospettiva di Jake, arrivando ad adoperare delle soggettive - o pseudo-soggettive - che riflettono sul piano visivo la focalizzazione dello spettatore a livello narrativo. In fondo, nella sua natura di detective story, Chinatown è anche un film sullo sguardo come principale veicolo dell'azione cognitiva messa in atto dall'investigatore nel suo sforzo di decifrare la realtà: in numerosi casi Jake osserva, legge, spia - emblematica l'immagine della coppia da lui pedinata riflessa nell'obiettivo della macchina fotografica - ma non sempre riesce a vedere veramente, a penetrare oltre il velo illusorio delle menzogne e degli inganni.

Faye Dunaway: la femme fatale

Chinatown: Faye Dunaway in una scena

Al fianco di Jack Nicholson, l'altra indimenticabile protagonista di Chinatown è una stupenda Faye Dunaway, attrice dal carisma magnetico, fortemente voluta da Polanski (i produttori avrebbero preferito Jane Fonda) per il ruolo dell'affascinante Evelyn Mulwray, moglie dell'uomo che Jake Gittes è stato incaricato di seguire. Ma la Dunaway, interprete in quegli stessi anni di altri due capolavori seminali (Gangster Story e Quinto potere), non si limita a ricalcare l'archetipo della femme fatale o della "donna in pericolo" così ricorrente nel noir: la sua Evelyn è invece una dark lady misteriosa e sfuggente, che dietro una fredda eleganza - si veda la scena in cui indossa l'abito nero e il cappellino con veletta - nasconde indicibili abissi di tormento. Come la maggior parte dei personaggi femminili del cinema di Polanski (Rosemary, la Carol di Repulsion e molti altri ancora), Evelyn cela inquietudini inconfessabili e convive con un passato troppo mostruoso affinché possa prendere forma, anche solo verbalmente; e infatti, nella scena madre del film Evelyn rivelerà il suo sconvolgente segreto attraverso un procedimento dialettico che agisce quasi come un sillogismo, ma senza nominare in maniera esplicita l'orrore alla radice della propria sofferenza.

"Il futuro, Mr. Gittes"

Chinatown: John Huston in una scena del film

L'altro personaggio che si staglia con forza indelebile nella Los Angeles che fa da cornice alla vicenda di Chinatown è Noah Cross, l'ambiguo milionario legato in qualche modo all'omicidio del marito di Evelyn, Hollis Mulwray (Darrell Zwerling), ingegnere capo del Dipartimento per l'acqua e l'energia elettrica della città. A calarsi in questo ruolo breve ma estremamente significativo è un'autentica leggenda della Hollywood del passato: John Huston, regista fra l'altro, nel lontano 1941, del film capostipite del filone hard boiled, Il mistero del falco, e occasionalmente anche attore, qui nella sua prova più celebre. Pacato, affabile, addirittura mellifluo, Noah Cross incarna l'essenza del Male, declinato in un duplice aspetto: la corruzione, strumento di un'avidità sfrenata che ha letteralmente prosciugato la San Fernando Valley, fino a trasformarla in un'ampia distesa arida e desolata; e la violenza applicata alla sfera privata, in cui i vincoli familiari - come nella tragedia greca - sono all'origine di un misfatto destinato a segnare irrevocabilmente le vittime di turno, secondo una concezione dell'ereditarietà del peccato che richiede di essere espiato nel sangue. E paradossalmente, in una dimensione narrativa in cui il tempo pare sospeso e annullato (il passato è soggetto ad una rimozione, tanto per Jake quanto per Evelyn), il mefistofelico Noah Cross è l'unico a proiettarsi verso una temporalità altra; alla sprezzante domanda di Jake, "Che cosa può comprarsi che già adesso non abbia?", Cross risponde senza esitare: "Il futuro, Mr. Gittes... il futuro".

Il mistero dell'acqua

Chinatown: una scena con Jack Nicholson

Ancora una volta, l'acqua nel cinema di Polanski assume un'imprescindibile connotazione simbolica; ma non, come accade in genere, in senso vivificante, come un corrispettivo del liquido amniotico, e quindi elemento di purificazione e di (ri)nascita. Al contrario, per Polanski l'acqua è associata al suo stato liquido, e pertanto risulta qualcosa di mutevole, indefinibile ed incontrollabile: il perfetto contrappunto di tutto ciò che afferisce alla sfera del misterioso, e spesso perfino della morte. Una relazione metaforica già impostata dal regista fin dal suo lungometraggio di debutto, Il coltello nell'acqua del 1962 (e ripresa successivamente anche in Frantic e ne L'uomo nell'ombra), che ritorna in Chinatown in una molteplicità di occorrenze. Innanzitutto, l'acqua è fin dall'inizio la chiave del mistero sul quale sta indagando Jake Gittes: Hollis Mulwray è al centro del clamore mediatico per la sua ferma opposizione al progetto per un nuovo bacino idrico nella San Fernando Valley, e ad innescare il plot è proprio la siccità che ha colpito Los Angeles; l'appostamento di Jake, per cogliere in flagrante Mulwray con la sua giovane amante, ha luogo nel laghetto di un parco pubblico; l'unica occasione in cui Polanski ci mostra un primissimo piano del volto di Mulwray è quando il cadavere dell'uomo viene ripescato dalle acque del fiume (l'acqua come elemento mortifero, appunto); l'indizio che offre la soluzione all'omicidio verrà ritrovato nello stagno della villa di Mulwray; oltre ai rimandi biblici (il diluvio universale) insiti nel nome Noah. Non stupisce dunque che l'acqua compaia più volte nelle conversazioni fra i personaggi; interrogato sulla presunta onestà di un polizotto, Jake replica serafico: "Deve nuotare anche lui nelle stesse acque in cui nuotiamo tutti".

Rileggere il noir

Chinatown: un momento del film con Faye Dunaway e Jack Nicholson

In Chinatown, l'eclettico Polanski si confronta con le regole e gli stilemi di un genere, il noir, ancorato ad un universo cinematografico solidamente classico: quello dei film polizieschi degli anni Quaranta, ispirati alla narrativa di Dashiell Hammett e Raymond Chandler e interpretati da attori come Humphrey Bogart. L'operazione polanskiana, tuttavia, non si può racchiudere entro i confini di un mero - e magari anacronistico - omaggio cinefilo alle vestigia del passato, benché l'ambientazione della pellicola sia la Los Angeles del 1937 (come quella di molti noir d'annata, insomma) e l'intreccio recuperi diversi cliché di quell'antico filone ormai in disuso. Ogni singola sequenza di Chinatown appare contrassegnata dalla consapevolezza che tale sistema di riferimenti e di stereotipi debba essere ricondotto necessariamente alla visione del suo autore: quello spaventoso conglomerato di ossessioni ed atrocità che si agitano appena al di sotto di una superficie di struggente romanticismo. Un romanticismo - lontano anni luce da qualunque sospetto di maniera - al quale forniscono un contributo essenziale la fotografia di John A. Alonzo, fra esterni assolati e sbiaditi e sequenze notturne immerse nella tenebra più nera, e la meravigliosa colonna sonora di Jerry Goldsmith, scandita da note di ineffabile malinconia. Appena un anno prima, un altro grande maestro della settima arte, Robert Altman, aveva deciso di cimentarsi con il noir (e più precisamente con la letteratura chandleriana) con Il lungo addio, altro magistrale esempio di rilettura di un genere, ma in una direzione assai differente rispetto a quella di Polanski - laddove l'obiettivo di Altman consisteva in una decostruzione squisitamente postmoderna e ferocemente iconoclasta di un modello canonico.

"Lascia stare, Jake... è Chinatown"

Chinatown: l'affascinante Faye Dunaway in una scena del film

La ricerca di una verità frastagliata e dalle sembianze ingannevoli, il tentativo di imporre un ideale di giustizia in un mondo depravato e marcescente, culminano negli ultimi minuti del film in una climax a dir poco sublime nella sua implacabile crudeltà. Un epilogo di straziante crudezza, in cui il proverbiale pessimismo polanskiano ebbe la meglio sul finale previsto dal copione originale di Towne (che infatti litigò furiosamente con il regista). D'altra parte, è solo nella sezione conclusiva del film che i percorsi di Jake Gittes e degli altri personaggi convergono nel quartiere di Chinatown, evocato in precedenza nei dialoghi, alla stregua di un funesto presagio, e ora teatro dell'impossibile risoluzione di conflitti che non saranno mai davvero rimarginati. Chinatown, microcosmo in cui le pretese di legalità non hanno più nessun vigore, nelle parole di Jake assurge alla condizione di "non luogo": non un autentico spazio fisico, quanto piuttosto un angolo della memoria confinato in un passato da obliterare. È anche per questo che il finale del film assume quasi i contorni di un incubo, con i volti di cinesi senza nome che emergono dal sipario della notte, confondendosi gli uni agli altri, spettatori silenziosi dell'ultimo atto della tragedia a cui stiamo assistendo. Una tragedia al termine della quale non trapela alcun barlume di speranza, ma solo la dolorosa constatazione di un fallimento connaturato alla nostra stessa esistenza. Come ci suggerisce Polanski, di fronte alle rovine lasciate dal Caos non ha più senso provare ad opporsi: "Lascia stare, Jake... è Chinatown".

Leggi anche: Roman Polanski: 80 anni da cinema

Chinatown: 40 anni di un capolavoro
Privacy Policy