Un tranquillo week-end di paura

1972, Thriller

Recensione Un tranquillo week-end di paura (1972)

L'uomo di città che desidera tornare alla natura e 'giocare' al buon selvaggio si scontra invece con una natura impervia e implacabile (dalla quale è quasi impossibile fuggire quando lo desideri) e con la brutalità insita dell'uomo.

Francesca Paciulli

Cercano l'avventura, trovano la violenza

Un bambino di campagna dall'età indefinibile e un sofisticato uomo di città si sfidano in un poetico duello musicale tra banjo e chitarra acustica. La violenza tra i monti Appalachi non si à ancora scatenata: è la quiete prima della tempesta.
E' questa scena, sospesa tra sogno e realtà sulle note del brano Dueling Banjos, una delle più emozionanti di Un tranquillo week-end di paura, viaggio nell'incubo di quattro amici, Lewis Medlock (Burt Reynolds), Ed Gentry (Jon Voight), Bobby Trippe (Ned Beatty) e Drew Ballinger (Ronny Cox), alla ricerca di emozioni forti sulle rapide del fiume Chattoga. Il fiume che attraversa la Cahula Valley, al confine tra South Carolina e Georgia, sta per essere barbaramente deviato dalla imminente costruzione di una diga: è questo che continua a ripetere come un disco rotto Medlock, più che mai deciso a guidare gli amici di Atlanta in un ultimo tour avventuroso in quei luoghi ancora incontaminati. Quando i quattro baldanzosamente arrivano con le lore belle automobili di città, e le loro attrezzature da campeggiatori della domenica, pregustano un week-end virilmente solitario in mezzo ai boschi. Ma ben presto capiranno di non essere soli. Quando Ed e Bobby, capo-fila del gruppo, raggiungono in canoa l'altra riva del fiume, trovano ad accoglierli due brutali montanari che, dopo aver preso entrambi in ostaggio, usano violenza all'attonito Bobby. La stessa sorte sembra dover toccare anche a Ed, ma l'intervento provvidenziale di Lewis mette fine all'esistenza di uno dei torturatori e costringe l'altro alla fuga. Nascostosi tra le vette aguzze in cima al fiume, lo "Sdentato" (così i quattro si riferiscono all'uomo) tenta di portare a compimento la sua missione: spara al più fragile del gruppo e ferisce gravemente Medlock. A questo punto sarà Ed a prendere le redini del gruppo e a lottare contro tutti i suoi demoni interiori per stanare il nemico.

Diretto con rigore e grande senso del ritmo da John Boorman, il film dosa sapientemente azione e lirismo, crudeltà e spunti ecologisti, cogliendo pienamente il messaggio del romanzo ispiratore di James Dickey, qui nella doppia veste di sceneggiatore e attore (è lo sceriffo Bullard). L'uomo di città che desidera tornare alla natura e "giocare" al buon selvaggio - ma solo per un week-end, si intende -, e si scontra invece con una natura impervia e implacabile (dalla quale è quasi impossibile fuggire quando lo desideri) e con la brutalità insita dell'uomo, rappresentata dai due 'indigeni' decisamente poco ospitali. Ecco dunque che un fine settimana lontano dalla civiltà si trasforma in una strada senza via d'uscita se non la violenza. Dalla violenza - quella di cui, suo malgrado, deve farsi portavoce il tranquillo padre di famiglia Ed Gentry/Jon Voight - nasce la liberazione (da qui Deliverance, il titolo originale del film).

E la natura? Restituita allo spettatore in tutto il suo spietato splendore dalla fotografia di Vilmos Zsigmond, non si scompone. Resta a guardare e si lascia guardare.
Realizzata con il budget irrisorio di due milioni di dollari (che costrinse gli attori a rinunciare alle controfigure e ad ingaggiare alcuni abitanti del posto per interpretare i montanari), la pellicola ottenne tre nominations agli Oscar (film, regia, montaggio) e cinque ai Golden Globes (tra gli altri anche per il miglior attore a Jon Voight).

Recensione Un tranquillo week-end di paura (1972)
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