Carlo Verdone parla da New York

Dall'istituto di cultura italiano nella Grande Mela, un intervista con l'attore romano che ha partecipato all'Open Roads 2005.

Clarissa Montilla

All'Istituto Italiano di Cultura di New York, Carlo Verdone arriva con il suo timido figlio e con i suoi colleghi per il pranzo di apertura dell'Open Roads 2005.
Le ragazze che lo accolgono non possono evitare di rivolgere una battuta al loro concittadino. Fingendo di non riconoscerlo gli chiedono di presentarsi e, ammiccando, gli chiedono se per caso non è proprio lui... Paolo Sorrentino!

"Sorrentino?"
"Hem... No... Verdone... sono qui con mio figlio..."

Avrà colto la battuta il Signor Verdone? Un sorriso sembrerebbe indicare di si... ma la risposta svela invece un dettaglio inatteso: il più giovane Verdone ha ereditato la timidezza da papà Carlo!

Scelga una scena di L'amore è eterno finché dura e ci spieghi perché.

La scena che forse meglio condensa l'essenza del mio film è una delle prime che ho girato, quella in cui mia moglie, Laura Morante, viene a trovarmi in studio. Credo riassuma bene il tema del film perchè L'amore è eterno finché dura si occupa principlamente dello scontro tra marito e moglie.

I suoi personaggi e la sua forma recitativa si sono evoluti negli ultimi anni, come se si fosse verificata una svolta...

Nei miei primi film interpretavo tanti personaggi contemporaneamente, tre e addirittura sei... Ero poliedrico: volevo mettere il teatro nel cinema che facevo. Andando avanti mi sono addentrato meglio nella regia, ho iniziato a calzarla e sono quindi passato per la caratterizzazione del romano per arrivare, negli ultimi anni, a qualcosa di più nazionale o anche internazionale.

Nei suoi primi film l'ambientazione era quasi sempre Roma, poi qualcosa è cambiato.

Ad un certo punto della mia carriera ho capito che recitare all'estero mi aiutava a cambiare anche la mia recitazione, a far uscire un'altra parte di me. Maledetto il giorno che t'ho incontrato è stato molto utile a tale proposito perchè mi ha portato fuori da Roma e mi ha fatto scoprire una recitazione più asciutta e meno gestuale.

Come mai è raro che una commedia partecipi ad un festival cinematografico?

Le commedie non vanno mai ai festival a causa di una spocchia intellettualistica che pervade parte del nostro cinema. Non bisogna dimenticare registi quali Germi e Risi, solo per nominarne alcuni. C'e' una sorta di ostracismo nei confronti della commedia, ma dobbiamo sapere e non dimenticare che il cinema italiano viene anche da lì.

Vuole raccontarci qualcosa del suo primo estimatore, Sergio Leone?

Sergio Leone si divertì molto nel vedermi in televisione, credo nel '78 circa. Seppe che ero diplomato in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia e così mi chiamò. Per un anno sono stato da lui, che mi ha insegnato la grammatica cinematografica da capo e, soprattutto, mi ha insegnato come comportarmi con la troupe: mi ha insegnato i dubbi che un regista deve avere sempre prima e non dopo, la sicurezza che sul set bisogna infondere ai collaboratori... Leone voleva che cominciassi a girare partendo dall'ABC della grammatica cinematografica, non voleva voli pindarici ed era molto severo... ma devo tutto a lui.

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