Candy Candy

1976 - 1979

Candy Candy compie 40 anni, 5 ragioni per cui ci ha rovinato la vita

L'anime di Candy Candy debuttava sulla tv giapponese il primo ottobre 1976: in Italia sarebbe arrivato solo nel 1980, per diventare un fenomeno pop. Tra amori tormentati, sfighe di vario genere e procioni troppo allegri, ecco perché Candy Candy è un cult ma in realtà è il male.

Una immagine di Candy Candy

Prima che il pubblico femminile potesse godere di personaggi forti e da ammirare, come la Ripley (Sigourney Weaver) di Alien, Sarah Connor (Linda Hamilton) di Terminator, La Sposa (Uma Thurman) di Kill Bill e, recentemente, la Furiosa (Charlize Theron) di Mad Max: Fury Road, le donne del cinema e della televisione si dividevano sostanzialmente in poche categorie: la damigella da salvare, la bomba sexy, la madre/suora. Quando è scritta come un riflesso sbiadito del protagonista maschile, la donna difficilmente è un personaggio interessante, perché non è mai sviluppato a dovere. Per fortuna, dagli anni '80 in poi, i personaggi femminili, così come gli adolescenti, hanno trovato sempre maggior spazio, grazie a sceneggiatori che hanno compreso le potenzialità di storie diverse dal solito "eroe maschio, bianco e spavaldo che salva il mondo".

Peggio delle "donne-riflesso" però, sono solo le donne "finte emancipate": personaggi femminili, purtroppo, duole ammetterlo, spesso scritti da altre donne, che fingono di essere indipendenti e forti ma, dietro la patina di modernità, nascondono il peggior conservatorismo. Diamo qualche esempio: la Bella (Kristen Stewart) di Twilight, ragazza moderna che in realtà si fa andare bene il fidanzato stalker e vuole morire quando lui la lascia, Bridget Jones (Renée Zellweger), che condensa in sé i peggiori stereotipi femminili per poi rivelarsi una il cui unico scopo è trovare il fidanzato perfetto.

Gli anime giapponesi non fanno eccezione: accanto a protagonisti complessi e sfaccettati come Lady Oscar, Ranma e Sailor Moon, abbiamo anche Georgie e Candy Candy, che perdono brutalmente il confronto con eroi come Ken il guerriero e Dragon Ball, decisamente più carismatici (chi l'ha detto poi che le bambine non possono guardare cartoni da maschi e viceversa?).

La locandina di Candy Candy

Candy Candy dicevamo. L'anime tratto dal manga disegnato da Yumiko Igarashi, a sua volta ispirato all'omonimo romanzo di Kyôko Mizuki, è un perfetto esempio di "trappola femminile": in apparenza Candy viene presentata come una ragazza emancipata, che sa cavarsela da sola, ma in realtà alla fine si comporta come vorrebbe un vecchio padre di famiglia severo e conservatore. Pubblicato in Giappone nel 1975, Candy Candy è diventato presto un anime andato in onda per la prima volta in patria il primo ottobre 1976: l'orfana dai capelli dorati compie quindi 40 anni. In Italia sarebbe arrivata solo nel 1980, ma, come in patria, è diventato immediatamente un successo, rovinando così l'infanzia di generazioni di bambine. Possiamo dunque affermare con sicurezza che Candy Candy, dietro il sorriso dolce, è in realtà una forza uscita direttamente dal Lato Oscuro. Ecco perché.

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1. Una calamita per la sfiga

Candy Candy

Una delle caratteristiche principali di Candy Candy è il "fattore sfiga": talmente alto da arrivare ai livelli disumani di una puntata di La signora in giallo. Come per Jessica Fletcher, attorno a Candy non fanno che accadere disgrazie: la morte dei genitori, finalmente qualcuno la adotta portandola via dall'orfanotrofio e chi sono? I Legan, una famiglia di sadici squilibrati, in particolare gli odiosi fratellastri Iriza e Neal (che a un certo punto vogliono perfino deportarla in Messico!). Candy conosce finalmente uno decente, Anthony, cugino della famiglia Andrew, vicini dei Legan, e questo che fa? Cade da cavallo e muore. Lo zio di Anthony, William, diventa il suo benefattore, per consolarla la manda a Londra e lei di chi si innamora? Di Terence, aspirante attore (è già tutto un programma), che la molla per il senso di colpa di abbandonare Susanna, una sua collega, che per salvarlo dalla caduta di un riflettore ha perso una gamba. Nemmeno Oliver Twist arriva a questo livello di iella: guardare una puntata di Candy Candy potrebbe essere l'equivalente di inserire nel videoregistratore la cassetta di The Ring.

2. Aspettative irrealistiche sui capelli

Candy Candy

Trascurando il fatto che la storia sarebbe ambientata a inizio '900 e che Terence è vestito come un cantante rock anni '70, o che Candy a volte sembra più una pin-up anni '50, proprio come le principesse Disney, la protagonista fornisce aspettative irrealistiche alle bambine per quanto riguarda i capelli: nel mondo reale non si sono mai visti capelli così boccolosi e vaporosi, soprattutto se raccolti in due codini.

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3. Sindrome della crocerossina ma matrimonio vantaggioso

Candy Candy

Per dimenticare i suoi amori perduti Candy va in America, a Chicago, a fare l'infermiera (ovviamente, poteva mai aspirare a essere un chirurgo?), dove ritrova Albert, vagabondo che vive nei boschi attorno alla proprietà della famiglia Andrew, che ha perso la memoria. Seguono altre sfighe sparse, come la morte di Stear, cugino di Anthony, in guerra. Alla fine però a Candy non va così male: si sposa con Albert (nel manga, nell'anime il finale è aperto), che altri non è che zio William, suo benefattore e ricchissimo capo-famiglia degli Andrew, che fino a quando era un semplice barbone dei boschi era solo un amico, poi, quando si scopre che ha una montagna di soldi, diventa immediatamente materiale da matrimonio, al grido di Terence chi?! (è ora che si sappia: l'ultima puntata della serie animata in Italia è stata ridoppiata per far credere che Terence lasci Susanna, ma non è andata così!).

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4. La Candy Candy dell'anime è fondamentalmente un'imbecille

Candy Candy

Rispetto al manga, l'anime ha subito diversi cambiamenti, tra cui l'introduzione del procione Klin come animale domestico della protagonista, altrimenti troppo sola e triste per un pubblico di bambini. Sempre per rendere il cartone più adatto a un pubblico molto giovane, Candy nella versione animata fa cose strane, si rotola, si appende agli alberi, fa facce buffe: sembra in sostanza un'imbecille, al punto che anche gli animali che la circondano spesso la guardano con espressioni del tipo "ma questa ci fa o ci è?".

5. La lotta delle autrici

Candy Candy

A dimostrazione che alla base di Candy Candy non c'è una scintilla di intelligenza, è opportuno portare a galla il litigio tra le sue autrici: a fine anni '90, precisamente nel 1997, Yumiko Igarashi e Kyoko Mizuki hanno litigato a morte su chi fosse la vera autrice di Candy Candy, arrivando a risolvere la questione in tribunale. Il giudice ha riconosciuto la maternità congiunta alle due autrici che, ormai nemiche, non sono riuscite a mettersi d'accordo sui diritti delle serie manga e anime, tanto da non far più stampare il fumetto, da interrompere la trasmissione televisiva dei 115 episodi della serie in tutto il mondo e rinunciare così all'incredibile valore commerciale di tutto il merchandising collegato al personaggio. Nonostante tutti i difetti, almeno Candy il fiuto per gli affari alla fine l'ha seguito.

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