Recensione The Green Hornet (2011)

Più che al consapevole recupero e alla rielaborazione di un immaginario pulp e pop che ha visto il suo principale artefice in Tarantino, siamo qui di fronte a un omaggio che parte da un immaginario tipicamente moderno, trasportando in esso l'ingenuità del soggetto originale e invitando esplicitamente lo spettatore a riderne.

Calabrone per caso

Dalla radio alla televisione, passando per il cinema e i fumetti per tornare infine al cinema: difficile pensare a un soggetto più "multimediale" di quello di The Green Hornet (nato peraltro in un periodo in cui questo termine non era stato neanche coniato). Il celebre Calabrone Verde, prototipo del supereroe occidentale come lo si sarebbe conosciuto di lì a pochi anni, nasce infatti ufficialmente in un serial radiofonico degli anni '30, anticipando di qualche anno i vari Superman, Batman e tutti gli altri personaggi che avrebbero dato vita alla cosiddetta Golden Age fumettistica; cooptato naturalmente dal mondo dei fumetti qualche anno dopo, nonché da quello del cinema che gli dedicò un serial nel 1940, il personaggio sarebbe approdato in televisione negli anni '60 per acquistare nuova linfa vitale, grazie alla celeberrima serie televisiva che vedeva Bruce Lee nel ruolo della spalla dell'eroe, l'esperto di arti marziali Kato. Ora, questo progetto cinematografico, già piuttosto chiacchierato e passato di mano in mano negli ultimi anni, riporta il personaggio sul grande schermo, per la prima volta in un lungometraggio e con un regista apparentemente lontano dal suo universo come Michel Gondry.


La trama segue per grandi linee quella delle precedenti incarnazioni del personaggio: Britt Reid è il ricco e viziato figlio di un magnate del mondo dell'editoria, che conduce la sua vita all'insegna dell'ozio e del divertimento fin quando suo padre non muore in circostanze misteriose. A questo punto, un po' per caso, un po' per la voglia di provare nuove emozioni, il giovane si trova a stringere un'alleanza con un dipendente di suo padre, il meccanico Kato, e si trasforma nel Calabrone Verde, supereroe che difende la legge infrangendola. Il suo antagonista principale sarà Benjamin Chudnofsky, un boss malavitoso che controlla ormai la maggior parte dei traffici illegali di Los Angeles; ad aiutarlo, oltre al già citato Kato (inventore dell'avveniristica automobile Black Beauty e delle sue innumerevoli armi) la bella segretaria Lenore Case, nuovo arrivo nel giornale che fu di suo padre.
La presenza organica, nel progetto, di un talento comico come Seth Rogen (che non solo interpreta il protagonista, ma è anche co-produttore e co-autore della sceneggiatura) e il fatto che per la regia si sia parlato in passato di nomi come Kevin Smith e Stephen Chow (quest'ultimo doveva anche interpretare il ruolo della spalla Kato) fanno intuire abbastanza chiaramente il tipo di adattamento che ci si troverà di fronte. Il fascino kitsch del serial televisivo, termine di paragone più immediato per questo film, viene fortemente declinato in chiave di parodia e auto-smitizzazione, con una scelta che addirittura demolisce agli occhi dello spettatore il carisma dell'eroe (ridotto qui a un ragazzotto viziato e inetto, costantemente tirato fuori dai guai dal suo aiutante, di cui si prende indebitamente i meriti) e ne azzera il potenziale di identificazione per chi guarda.

Più che al consapevole recupero e alla rielaborazione di un immaginario pulp e pop che ha visto il suo principale artefice in Quentin Tarantino (che riesumò il serial utilizzandone la colonna sonora in Kill Bill: Volume 1) siamo qui di fronte a un omaggio che parte da un immaginario tipicamente moderno, trasportando in esso l'ingenuità del soggetto originale e invitando esplicitamente lo spettatore a riderne. Non deve trarre in inganno il look retro della Black Beauty, inevitabile dazio pagato alla fedeltà al soggetto: tutto, nel film, urla la sua appartenenza al cinema del terzo millennio, dalla profusione di scene d'azione all'uso massiccio del digitale, dal montaggio serrato all'inevitabile 3D. In tutto questo, la sceneggiatura si fa beffe di un protagonista che si trasforma in supereroe per noia e voglia di emozioni piuttosto che per un reale senso di giustizia, ed esalta al contrario l'astuzia e la forza fisica del suo aiutante, interpretato da un ottimo ed atletico Jay Chou. Per quanto nel film sia presente un'evoluzione del personaggio e una presa di coscienza che potrebbe aprire la strada ad un sequel (in sé praticamente certo) dai toni più classici, la scelta degli sceneggiatori è quella di mostrare agli spettatori un eroe che prende in giro se stesso in modo consapevole e persino spietato. Scelta che viene ribadita anche nel confronto finale con il villain (un Christoph Waltz anch'egli autoironico, ma assolutamente credibile nel suo ruolo di criminale che si confronta con gli anni) e nelle schermaglie, invero un po' deboli, con la segretaria interpretata da Cameron Diaz, compreso l'inevitabile "triangolo" che ne deriva.
E' lecito e inevitabile chiedersi in che misura sia presente in tutto ciò lo stile di un regista come Michel Gondry, visto all'opera finora in pellicole dal taglio più personale e qui subentrato in un progetto dalle dimensioni di un blockbuster, patrocinato da una major. La risposta, a scanso di equivoci, è: ben poco. Al di là di un divertente flashback animato che svela, come in un giallo, ciò che la sceneggiatura ci aveva finora tenuto nascosto, e di qualche altra sequenza visivamente più sopra le righe, il regista si riduce a mero esecutore di ordini superiori, bravo e sicuro nel dirigere ma sostanzialmente privo delle sue peculiarità stilistiche. E' un peccato, questo annullamento quasi totale di un'ottica personale e riconoscibile, per un autore che aveva diretto opere come Se mi lasci ti cancello e L'arte del sogno: lo "sguardo", l'ottica, il punto di vista dal quale il soggetto viene riletto, si rivela qui essere quello degli sceneggiatori più che del regista, il cui ruolo diviene così non strettamente determinante ai fini del risultato finale. Uno scotto forse inevitabilmente pagato alla partecipazione a un blockbuster, ma che si spera non abbia compromesso il talento e la peculiare visione filmica di un autore tra i più interessanti di questo scorcio di millennio.

Movieplayer.it

3.0/5