They - Incubi dal mondo delle ombre

2002, Horror

Recensione They - Incubi dal mondo delle ombre (2002)

Da un soggetto non privo di fascino, il regista Robert Harmon trae un horror superficiale e deludente, che soffre soprattutto di una sceneggiatura inconsistente e di una regia piatta e anonima.

Brividi che restano in superficie

L'età infantile, e le ataviche paure che la accompagnano, sono da sempre temi molto trattati dal cinema e dalla letteratura horror. La dimensione onirica del genere, d'altronde, impone (e sollecita) nello spettatore, per la durata della visione, una sorta di regressione all'infanzia, una "sospensione dell'incredulità" che significa disponibilità ad accettare situazioni totalmente fantastiche, prive di legami con la realtà. Come ha spiegato Stephen King (autore che sul binomio horror/infanzia ha costruito gran parte della sua fortuna) nel suo saggio Danse Macabre, l'horror riapre momentaneamente il "terzo occhio" del bambino, restituendoci alla paura del babau notturno, quell'irrazionale terrore che, una volta avuto il bacio della buonanotte e spenta la luce, ci fa credere che qualsiasi cosa possa saltare fuori dal buio per divorarci.
La base su cui poggia questo They - Incubi dal mondo delle ombre, non rappresenta dunque nulla di particolarmente originale, ma garantisce comunque, per la sua natura universale, un fascino pressoché inesauribile, destinato a restare inalterato a dispetto delle sue tante trattazioni, cinematografiche e non. Il problema è che, in questo caso, siamo di fronte a un film sostanzialmente superficiale, che spreca malamente le potenzialità di un soggetto affascinante, principalmente a causa di una sceneggiatura debole e di una regia anonima. Quelli che il film ci presenta sono personaggi poco credibili, accomunati da un background (un fatto tragico che ha provocato l'insorgere dei terrori notturni) che viene qui solo accennato. Il loro crescente malessere, così come la loro lenta discesa nelle paure provenienti dalla loro infanzia, non riescono a coinvolgere, principalmente perché la sceneggiatura, ricca di dialoghi risibili e di situazioni scarsamente credibili, non fa niente per conferire a questi personaggi un reale spessore. La vicenda in sé, tra l'altro, per come è stata impostata, necessitava di qualche spiegazione in più, di un'evoluzione nella trama che desse allo spettatore (e ai personaggi) una qualche informazione in più sulla natura dell'incubo che viene mostrato. Questo perché, se è vero che l'horror, in alcune delle sue migliori espressioni, è criptico, poco incline alle spiegazioni, e che spesso fa derivare gran parte del suo potere di suggestione proprio dalla non comprensibilità di quello che viene mostrato, è anche vero che, se chi scrive una sceneggiatura sceglie una strada (quella dell'approfondimento della natura dell'orrore) deve poi essere in grado di seguirla fino in fondo. Qui, invece, tutto resta sospeso, verrebbe da dire incompiuto; i personaggi, inoltre, sembrano essere costantemente in balia dell'orrore che li minaccia, senza accennare un minimo tentativo di affrontare quest'ultimo.
Alle grosse carenze della sceneggiatura non supplisce, purtroppo, una regia anonima e, in linea di massima, piatta e ripetitiva; se è vero che si possono trovare due o tre sequenze ben costruite, quello che manca alla fine è un clima che le racchiuda, un'atmosfera che possa coinvolgere realmente lo spettatore e fargli sentire davvero un po' del terrore dei protagonisti. Il film si trascina per un'ora e mezza tra salti sulla sedia già abbondantemente sperimentati, e spaventi il più delle volte gratuiti e superficiali. Se qualche speranza si poteva riporre nel nome del regista (quel Robert Harmon che nel 1986 diresse il memorabile The Hitcher - La lunga strada della paura), questa svanisce rapidamente dopo pochi minuti di visione.
Una recitazione, da parte di tutto il cast, poco credibile e spesso inutilmente sopra le righe, non fa che completare un quadro che, da qualunque parte lo si guardi, risulta essere purtroppo una grossa delusione. Un vero peccato, perché, come si diceva in apertura, le potenzialità dell'argomento sono pressoché illimitate, e un modo diverso di affrontare il tema avrebbe potuto generare sicuramente qualcosa di interessante. Ma ci voleva uno sguardo cinematografico diverso, e una disponibilità, da parte di chi ha scritto la sceneggiatura, a scendere più a fondo in quelle paure che, da sempre, rappresentano la linfa vitale del genere.

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Marco Minniti
Redattore
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