Black Mirror

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Black Mirror 3x06, Odio universale (Hated in the nation): Il vile ronzio della diffamazione

Cinematografico nello stile registico e nella durata, l'ultimo episodio della terza stagione è un thriller citazionista, perfettamente calato nell'era della gogna digitale e del cyberbullismo.

Persino un cinguettio può avere un suono insopportabile, sgradevole come una bacheca cadenzata dal suono del disprezzo e dell'indignazione. Succede quando il cancelletto degli hashtag diventa il simbolo di una prigione, una porzione di cella dalla quale è difficile uscire. Lo sa bene Jo Powers, editorialista colpevole di aver scritto un articolo spietato contro una disabile. Dopo la pubblicazione del suo articolo il "popolo del web" non l'ha perdonata, dando inizio ad un linciaggio mediatico talmente incessante da portarla al suicidio. Forse, però, le cose non sono andate in maniera così lineare e la detective Karin Parke è decisa a fare chiarezza sulla morte della giornalista al fianco dell'ex agente della scientifica Blue.

Black Mirror: un'immagine della terza stagione

Anche perché i giorni dell'odio si rincorrono veloci, uno dietro l'altro, con i social network pronti ad eleggere il prossimo colpevole a cui augurare la morte. Il problema nasce quando questa macabra speranza digitale si traduce in cadaveri verissimi. Impigliato in questa fitta rete di eventi e scisso tra gogne on line e vittime off line, Odio universale chiude la terza stagione di Black Mirror con un messaggio impietoso e pungente.

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The social True Detective

Immaginate John Doe ancora a piede libero. A più di 20 anni da Seven, il serial killer passa dai peccati capitali a quelli digitali, dalla gola al gusto di schernire l'altro, dalla superbia alla viltà da tastiera, dall'ira alla rabbia condivisa con il resto del gregge. È quello che succede in questo raffinato e spietato episodio, un thriller con qualche nota hitchcockiana, pieno di richiami al capolavoro di David Fincher e dall'impostazione cinematografica sia per la durata (89 minuti) che per la cura della messa in scena. Il regista James Hawes mette spesso i personaggi ai bordi dell'inquadratura, li decentra di continuo, per far sì che lo sfondo sia sempre ben visibile e le persone sempre sfuggenti, mai pienamente al centro della scena.

Il contesto è fondamentale, è il palcoscenico necessario dove far muovere due donne complementari e affiatatissime. A Kelly Macdonald e Faye Marsay, misurate e credibili, bastano pochi sguardi e qualche attimo per farci calare nei loro panni, dentro due persone che cercano di orientarsi in un mondo impazzito, di comprendere i nuovi meccanismi del male. Più disillusa la prima e più entusiasta l'altra, entrambe fronteggiano una cattiveria diluita tra tanti avatar, annacquata tra i profili di tutti, e per questo incontrollabile e difficile da arginare.

Il gregge del contrappasso

Odio universale sembra chiudere il cerchio aperto dal primo episodio di questa stagione, applicando uno sguardo molto ampio sulla socialità contemporanea (nonostante l'aspetto futuristico). Ma se in Caduta libera ognuno giudicava l'altro prendendosi la responsabilità di un atto personale, di una valutazione data faccia a faccia, qui le cose cambiano perché in mezzo al chiacchiericcio digitale si crea un'assurda e vile illusione: quella che le nostre azioni, quando virtuali, non abbiano effetti concreti sulla realtà. Invece no. Invece Black Mirror tira ancora una volta il freno a mano e ci priva della cintura di sicurezza.

Andiamo a sbattere contro l'innegabile leggerezza delle nostre opinioni, con le condivisioni travestite da gioco collettivo anche quando aberranti, come se la facilità del mezzo alleggerisse anche ogni coscienza. Allora chi è il serial killer? Il classico sociopatico che tesse le fila dietro le quinte o l'utente dietro la tastiera? Questa volta lo specchio è ancora più nero del solito, soprattutto quando, anche solo per un attimo, pensiamo che la legge del contrappasso potrebbe servire da lezione.

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L'amarezza del miele

Eppure le protagoniste inaspettate di questo episodio sono le api. Guardandola dal loro punto di vista, questa è una puntata post-apocalittica. Infatti l'insetto, considerato fondamentale per l'equilibrio naturale del pianeta, si è estinto, sostituito da copie-robot in grado di replicarne ogni azione. Piccoli, laboriosi ed efficienti, questi dispositivi volanti non sono solo violabili da qualche folle hacker, ma sono state sempre manovrate dal governo che le utilizza come spie per controllare la popolazione e garantire la sicurezza nazionale. Al di là del classico (e abusato) tema della società distopica, sorvegliata a vista da qualche Grande Fratello di turno, quella delle api potrebbe essere una profonda metafora.

E allora l'alveare è quasi un esempio virtuoso da seguire, dove la parte lavora per il tutto, dove la collaborazione è costruttiva e le architetture sociali perfette, geometriche, invidiabili. L'agglomerato umano, invece, è uno sciame disordinato, confuso, composto da egoisti incattiviti con il vicino, nel quale ognuno pensa che il proprio debole ronzio non possa poi fare tanto rumore. Facendo ricorso ad una punizione dai richiami biblici, questa volta Black Mirror punge in profondità per creare infezione. Se la puntura creerà soltanto un lieve prurito, ricordiamoci che possiamo sempre imparare qualcosa persino dalle api.

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Giuseppe Grossi
Redattore
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