Hopper: In His Own Words

2012, Documentario

Biografilm 2012: Tutte le volte che il mondo è ricominciato

Questa edizione del Biografilm Festival ha aggiunto molto alla nostra consapevolezza: e, se non possiamo ignorare i drammi e le ingiustizie di cui siamo vittime, non dobbiamo dimenticare la speranza che tante di queste storie ci hanno insegnato.

Sapere è potere. Spesso si dice così. Ed è vero: la conoscenza offre tante possibilità. La conoscenza del mondo aggiunge uno strato alla profondità con cui lo decodifichiamo, facendocene comprendere più pienamente le contraddizioni, i drammi, le piccolezze, ma anche disvelandoci la bellezza e la speranza che non avremmo sospettato. Sapere vuol dire soffrire con più intensità, lasciarsi trascinare verso il basso dallo sconforto, dall'idea che per questo pianeta e per gli uomini il futuro non potrà che essere nero, perché ci sono troppa cattiveria, troppo individualismo perché si possa ancora tirare fuori qualcosa di buono dalla nostra civiltà. Ma sapere vuol dire anche gioire con più intensità, perché la verità ha un sapore impareggiabile: più sai e più ne vuoi, perché è solo la conoscenza che ti dà il potere di cambiare le cose, di trarre il meglio dalle alternative che hai di fronte, di lasciarsi trascinare dagli esempi migliori. Per questo un festival che fa della "celebration of lives" la sua ragione di essere è tanto importante. La vita umana, che sia quella di un individuo eminente della nostra specie, o che sia solo un infinitesimale frammento, apparentemente insignificante, di uno scenario lontano nel tempo o nello spazio, è sempre meritevole di essere indagata.

Una scena di Mare Chiuso del 2012
Questo Biografilm Festival 2012 ci ha messo sul piatto tante storie dure, difficili, che ci hanno persino fatto vergognare di noi stessi. Come Mare Chiuso, il bel documentario di Segre e Liberti in cui l'ignobile politica dei respingimenti ha mostrato il volto più gretto dell'Italia. O come Yemen's Reluctant Revolutionary, il cui protagonista, sebbene quasi ignavo, interessato più al proprio orticello che al benessere comune, ha dovuto capitolare drammaticamente di fronte all'evidenza delle ingiustizie subite dal proprio Paese. Non è sempre l'altro a farci del male, a opprimerci e a trascinarci nella disperazione: a volte è solo da attribuire a noi stessi la colpa della nostra inettitudine alla vita, della nostra cattiveria. Era così per Jean Marc Calvet, quando era un drogato, un violento, indifferente alle sofferenze che è stato capace di infliggere ai suoi cari. Era così per Bert Stern, quando, dopo il fallimento del matrimonio con Allegra Kent, si rifugiò nell'alcolismo e distrusse una carriera e una credibilità professionale fino ad allora impareggiate. Ed era così per Dennis Hopper, anche lui troppo tormentato per sfuggire alla dipendenza, troppo meticoloso nell'indagare la vita per venire facilmente a patti con la realtà. Ma Calvet, Stern e Hopper sono riusciti, tutti attraverso l'arte, sebbene in modi completamente dissimili, a emanciparsi dai rispettivi demoni.

Miriam Makeba in una bellissima immagine tratta dal documentario Mama Africa
Biografilm è infatti anche il festival in cui si è sancito pienamente il valore salvifico dell'arte: non solo con gli esempi già citati, ma anche con quel WasteLand che ha testimoniato il cambiamento affrontato da un gruppo di lavoratori brasiliani, messi a contatto con la possibilità di offrire il proprio apporto a una causa più alta del raccogliere rifiuti giorno dopo giorno, senza speranza. Ed è sempre attraverso l'arte che Miriam Makeba ha contribuito a far progredire il mondo: con la forza che solo la bellezza possiede, la sua voce ha cantato l'ingiustizia del popolo nero, e il suo messaggio è volato alto dove non si pensava potesse mai arrivare. Lo stesso si spera valga per Ai Weiwei, e per il suo impegno teso a far emergere i lati oscuri del nuovo, prepotente sviluppo della Cina. Già considerato l'artista più influente del proprio Paese, che è però momentaneamente riuscito a ridurlo al silenzio, Ai Weiwei ha una capacità limpida e inarrestabile di arrivare alla gente, da dentro ai musei così come da uno schermo cinematografico, e il suo messaggio certamente non rimarrà ascoltato solo dal pubblico del festival.

Steve Jobs: The Lost Interview: una immagine del documentario
Parlando di persone in grado di cambiare il mondo, non si può non pensare a quello Steve Jobs che ha rivoluzionato il nostro modo di vivere la tecnologia e l'intrattenimento digitale: grazie al Biografilm abbiamo avuto testimonianza di un momento unico della sua carriera, quello in cui aveva perso il controllo della sua creatura e, nonostante la soddisfazione per i propri progetti personali, sapeva di aver smarrito quanto di più importante avesse. Come è noto, Jobs a risollevarsi ce l'ha fatta eccome: perché la forza delle idee, quando sono idee maturate con coerenza e lungimiranza, è una forza inarrestabile. A maggior ragione se si tratta di idee che coinvolgono prospettive più ampie di quelle contemplate dai più, come nel caso di Luciana Castellina, comunista capace di arrivare a disconoscere il proprio partito per portare avanti con senso etico e responsabilità quegli ideali che aveva sempre difeso e che riteneva in quel contesto venissero traditi. E se c'è un'idea che ha più ragione di tutte le altre per affermarsi ogni volta che può, è quella per cui l'amore non merita mai di essere negato, anche se è un amore considerato proibito, sbagliato, come quello di padre Barreau per l'infermiera Segolène, narrato con romanticismo e grazia dalla loro figlia Chloe, o anche solo improbabile, come quello che unisce i due protagonisti disabili, ma teneri come qualsiasi altra coppia di innamorati, di Sea of Butterfly.

Surviving Progress: una immagine del film
Biografilm ha anche una spiccata vocazione ecologista: non potrebbe essere altrimenti, per un festival che mette la vita umana, e quindi anche il modo in cui l'uomo pensa di affrontarla in futuro, quella vita, al centro della propria indagine. Tanto abbiamo fatto e stiamo facendo di male per questo mondo e, quindi, per noi stessi: è quello che afferma Surviving Progress, senza dare alcuna garanzia che al progresso effettivamente sopravvivremo. Di certo, però, ci saranno alcuni tra noi che si impegneranno perché ciò accada, come gli indomiti pirati di Paul Watson, ritratti dal membro della ciurma Peter Brown, o Mohamed Nasheed, ex presidente delle Maldive che, dopo aver sconfitto la dittatura, ha provato anche a sconfiggere l'indifferenza del mondo al problema del surriscaldamento globale.

Sopravvivere alla società di oggi non vuol dire, però, solo fare ammenda nei confronti della natura, ma anche essere al riparo da altre minacce, prima fra tutte lo strapotere dei ricchi: delle multinazionali, Dole in testa, in grado di piegare le informazioni a proprio piacimento, mettendo in un angolo la verità, ma solo finché un regista svedese non riesce a tirarla fuori lottando con le unghie e con i denti. Altrettanto pericoloso è il silenzio di un governo, la volontà di non affrontare il proprio passato perché macchiato dalla colpa: una tentazione che ha descritto bene il Mathieu Kassovitz di Rebellion.

Dopo il Biografilm festival siamo più tristi, certo, perché abbiamo visto l'ingiustizia, il dolore, la ristrettezza di pensiero, l'ignoranza. Ma siamo anche più felici, perché abbiamo visto la potenza delle idee, dei sogni, della rinuncia al compromesso. E, anche in uno scenario in cui le prospettive sono poco confortanti, perfino una sola scintilla di speranza basta a convincerci che vale la pena di non arrendersi, perché il mondo sarà anche finito tante volte, come recita il motto di quest'anno, ma ha anche saputo, ogni volta, ricominciare.

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