Benigni: un tipo italiano

I due periodi (e mezzo) della carriera cinematografica del geniaccio toscano, nel momento dell'uscita del suo nuovo lavoro, "La tigre e la neve"

Pietro Salvatori

L'esordio cinematografico dell'istrione per eccellenza dello spettacolo italiano risale ormai a quasi trent'anni fa, nel lontano 1977, con l'irriverente Berlinguer ti voglio bene, sotto la regia di Giuseppe Bertolucci, fratello del più noto Bernardo. Da allora si contano più di trenta partecipazioni a vario titolo in lavori per il grande schermo, fino ad arrivare al recentissimo La tigre e la neve di prossima uscita.

Affrontare a tutto tondo la carriera di un personaggio così poliedrico sarebbe quasi impossibile. Ci limiteremo ad una breve carrellata del suo percorso artistico sul grande schermo, che è, d'altra parte l'aspetto che più ci interessa.
Gli inizi della sua lunga carriera vengono profondamente segnati dalla sua opera prima. Nel già citato Berlinguer ti voglio bene, sono delineati infatti tutti gli stilemi della nascita cinematografica di Roberto Benigni. Una tipica mordacità, un'assurdità di luoghi e situazioni, una recitazione tutta al di sopra delle righe, sono le caratteristiche portanti di questo primo periodo, che rimarranno caratteri tipici dell'uomo, prima che del personaggio, per tutto il seguito della sua produzione. Ad esse vanno ad aggiungersi una fortissima carica di satira sociale e civile ed un sostanziale disinteresse per le "forme" cinematografiche.

L'interesse principale, così, si volge verso una modalità diversa di possibilità di critica e di satira nei confronti della condizione dell'italiano medio. Basti pensare alla figura, ormai mitizzata, di quel Mario Cioni, ardente (a modo suo) militante comunista, con una passione viscerale per tutto quel che è sesso e politica, ma ancorato carnalmente ai tessuti sociali della piccola borghesia italiana: mammone, insicuro, bisognoso, più che di punti di riferimento, di avere la strada segnata da qualcuno, impossibilitato altrimenti a venir fuori nella sua interezza. Questa sregolatezza, incurante dell'estetica del cinema, caratterizza il suo cinema fino alla metà degli anni '80, con tutta una serie di lavori tra cui spicca, come termine ultimo e paradigmatico di tutto il primo periodo, Tu mi turbi, datato 1982.

Una prima svolta nel "sentir di cinema" dell'attore toscano è datata 1984. E' in quella data che vede la luce quel lavoretto, cinematograficamente quasi insignificante, ma visceralmente legato all'immaginario collettivo italiano, che è Non ci resta che piangere. Il "quasi" è ovviamente legato allo splendido duetto a cui dà vita la coppia Benigni/Troisi, sulla quale e per la quale il film è costruito e orchestrato. Film che di per sé non ha alcun valore (se non quello già accennato), ma che consente al nostro di essere, per così dire, folgorato dal mezzo cinematografico come medium personale e collettivo, fino a una presa di coscienza delle sue enormi potenzialità e capacità espressive.

E' di quel periodo (1986) la prima collaborazione (la seconda nel recente Coffee & Cigarettes) con il regista indipendente Jim Jarmusch, nel piccolo e delicato Daunbailò, in cui tutta la potente carica satirica e la capacità di sintesi nella critica socio-politica (basti pensare che il titolo è in realtà il fonema semplificato dell'americano "down by law", ovvero inadatto, non abile, a giudizio della legge) di Benigni, vengono incardinate nella sommessa(e spigolosa allo stesso tempo) poetica del regista americano. Viene dato il la al primo periodo d'oro dell'attore toscano, che lo renderà celebre al grande pubblico, delle sale e non, e che vede coronato il percorso di presa di coscienza cinematografica dello showman con il debutto dietro la macchina da presa.

Sono i tempi de Il mostro, de Il figlio della pantera rosa, ma soprattutto di Johnny Stecchino. Benigni conserva tutte le caratteristiche sue peculiari fin dall'esordio (la mordacità, un aspetto di dura critica sociale, una fisicità imprssionante, la recitazione sempre al di sopra del registro dello script), ma con una consapevolezza nuova, che lo porta ad orchestrare film di genere costruiti su solide basi tecniche e registiche (qualche perplessità in più l'abbiamo su Il mostro, forse vero e proprio fasso palso da questo punto di vista).

Punto più alto di questo secondo periodo, e insieme parziale superamento, verso un rientro, comunque particolarissimo, nel filone più classico della commedia amara italiana, è il celebratissimo La vita è bella, coronato da tre Oscar (di cui due direttamente al toscano, come Miglior attore e Miglior film straniero, e uno alle musiche di Nicola Piovani). Oltre a lanciare una nuova consapevolezza nell'estetica cinematografica (un uso più maturo del montaggio, l'esigenza di una certa precisione dovuta alla ricostruzione storica inscenata, una gestione attenta degli attori) della produzione di Benigni, il film si sgancia, forse per la prima volta, dal solito macchiettismo tipicamente benignano, a favore di una maggior compostezza di forme e di vedute, consegnandoci un regista più consapevole, ma forse privo di quella fresca innocenza e baldanza che ne aveva segnato la carriera per due decenni. Rimane intatta la carica comunicativa (immenso il successo mediatico e di botteghino del film); si perde, spalmato e stiracchiato sullo schermo, un bagaglio d'irriverenza e di salacità quasi necessarie per identificare uno dei personaggi chiave della contemporaneità italiana.

A conferma di ciò, il tentativo ridondante e presuntuoso di rifacimento di una delle favole italiane per eccellenza, quel Pinocchio che soccombe sia a una qualsivoglia lettura meta-testuale, sia all'impietoso confronto con la miniserie di Comencini. L'oggi è La tigre e la neve, che sembra voler essere un ragionevole connubio tra le due anime di un autore, che comunque rimane indiscutibilmente uno dei più istrionici e fecondi autori/attori del panorama nostrano. Ma se il mix riesca, lo lasciamo al giudizio del lettore (noi la nostra la diremo nella recensione del film, che potete trovare su queste pagine).

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