Wolfman

2010, Horror

Benicio, un 'Wolfman' americano a Roma

Presentato a Roma il fanta-horror The Wolfman, la versione ultra moderna del classico dell'orrore degli anni '40 , che ha portato nella Capitale il premio Oscar Benicio Del Toro nei panni di un sanguinario licantropo gentiluomo. Ad accompagnarlo la co-protagonista femminile Emily Blunt, la donna che incurante del pericolo si innamora della bestia e tenta di redimerla.

L'Uomo Lupo si rifà il trucco e anche il bel tenebroso Benicio Del Toro, che per reinterpretare il classico del terrore del 1941, diretto da George Waggner e interpretato per la prima volta da uno dei più grandi attori di sempre Lon Chaney Jr., si è sottoposto durante le riprese a tre ore di seduta di trucco al giorno mettendosi nelle mani di uno dei più grandi make-up designer di Hollywood, quel Rick Baker sei volte premio Oscar, non nuovo alle trasformazioni nelle notti di luna piena, visto che una delle ambite statuette gli è arrivata per il make-up di un altro grande classico, Un lupo mannaro americano a Londra.

Diretto da Joe Johnston, già dietro la macchina da presa in Jumanji e in Jurassic Park III, The Wolfman è ambientato nel 1891 a Blackmoor, un villaggio nei dintorni di Londra e narra le vicende oscure di Lawrence Talbot (Del Toro), attore teatrale di fama mondiale che ritorna nella casa in cui è cresciuto dopo essere venuto a conoscenza della scomparsa di suo fratello. Ad accoglierlo a braccia non proprio aperte, papà Talbot (Anthony Hopkins), diventato per lui praticamente un estraneo dopo i tragici eventi familiari che seguirono la morte della madre, che ha segnato per sempre la sua infanzia. Al suo arrivo la tragica notizia: il corpo di suo fratello, orrendamente mutilato, è stato ritrovato in una scarpata nella foresta. Distrutta dal dolore per la perdita dell'amato, la fidanzata Gwen (Emily Blunt) chiede a Lawrence di scoprire la verità sull'assassino. Quello che l'uomo scoprirà è però qualcosa che va oltre le sue aspettative, qualcosa di maledetto e cruento che prende vita nelle notti di plenilunio e che presto dovrà affrontare faccia a faccia. Non è colpa degli zingari o del loro orso pacifico e giocherellone, la verità è che una creatura felina assetata di sangue si aggira nei boschi e annienta qualsiasi cosa gli si ponga sulla strada. Morso dalla bestia durante uno dei feroci attacchi al villaggio, Lawrence riesce a sopravvivere e le sue ferite sembrano guarire miracolosamente. La verità è che qualcosa dentro di lui è cambiato per sempre, le notti di luna lo trasformeranno suo malgrado in un mostro orribile e violento, e Lawrence scoprirà l'altra faccia di se stesso, un agghiacciante lato primitivo che fino a quel momento non aveva mai neanche sospettato di avere...
Leggende gitane, effetti speciali stupefacenti, vicende familiari irrisolte per un fanta-horror interpretato da attori di grande calibro come Anthony Hopkins, Emily Blunt e da un uomo lupo davvero insolito che ha il volto di Benicio Del Toro, qui nella doppia veste di attore e co-produttore. Dopo l'impegnativo progetto che lo ha visto protagonista assoluto della straordinaria ricostruzione in fiction della vita del Che Guevara, Benicio è arrivato in Italia nella nuova versione di mostro accompagnato dall'attrice inglese Emily Blunt, apprezzatissima nel suo ruolo dell'acida segretaria di Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada. Il film, dopo una lunga e sofferta gestazione di scrittura e di produzione, sarà nelle sale in 400 copie a partire dal 19 febbraio prossimo distribuito da Universal.

Signor Del Toro, possiamo considerare l'Uomo Lupo come la storia che esorcizza e incarna la paura degli esseri umani di trasformarsi in bestie? Qual'è la sua paura più ricorrente e profonda?

Un'immagine dell'uomo lupo nel film The Wolf Man
Benicio Del Toro: La mia più grande paura è proprio quella di confessarvi la mia più grande paura, perchè questa potrebbe un giorno avverarsi, chiamatela superstizione, ma è la verità. L'idea era di rendere omaggio al Wolfman originale del 1941 di cui io sono sempre stato un grandissimo fan, è il primo film dell'orrore che vidi in vita mia. Il nostro approccio al film è sempre stato quello di creare una storia fantastica come era quella originale ma volevamo renderla anche credibile e quanto più realistica possibile. Tutti insieme - sceneggiatori, produttori, regista e attori stessi - abbiamo affrontato il tema dell'uomo che diventa lupo come se fosse colpito da una grave malattia o da una dipendenza incontrollabile. Per quanto mi riguarda non si tratta della bestia nascosta nel cuore dell'uomo che viene fuori ma piuttosto di qualcosa di impulsivo e totalmente ingestibile.

Più che un rifacimento questo nuovo Wolfman tenta di affrontare tematiche che non esistevano nel vecchio film, il rapporto padre figlio, la psicologia dei rapporti familiari, il riferimento molto chiaro alle pratiche manicomiali dell'epoca vittoriana, una sorta di trattamento coercitivo della diversità. Come son entrati questi temi in un film che si appresta a diventare di largo consumo come questo?
Benicio Del Toro: Il film è stato pensato sin dall'inizio come rivolto ad un pubblico di massa, se avessimo reso eccessivamente complicata la psicologia dei personaggi e la storia di fondo gli Studios si sarebbero sicuramente risentiti. Lo sceneggiatore che ha scritto la prima parte del film, Andrew Kevin Walker, a mio avviso ha inserito il rapporto padre figlio nel film in una maniera molto significativa ispirandosi all'Amleto di Shakespeare, credo fosse esattamento quello lo spunto principale da cui è partito per scrivere i personaggi e rimodernarli. Sin dall'inizio ero altresì convinto che il talento degli attori coinvolti nel progetto fosse all'altezza di poter rendere il tutto realistico e credibile al tempo stesso.

Il confronto finale tra padre e figlio ha un connotato marcatamente edipico, come fosse una lotta per la supremazia sulle donne del 'branco', o una sorta di scontro tra dominatori: i due personaggi si denudano e si affrontano ferocemente. Non pensa che sia un sottotesto disturbante per un film di questo tipo? Di solito questi meccanismi si vedono in altri tipi di pellicole...

Benicio Del Toro ed Emily Blunt in una scena romantica del film The Wolf Man
Benicio Del Toro: Si, per usare una metafora potremmo dire come due spermatozoi che cercano di trovare la propria direzione senza che nessuno dei due alla fine trionfi, anche se c'è da dire che alla fine io vado piuttosto vicino al trionfo (ride).

Di solito in remake di questo tipo l'approccio attoriale al personaggio va in due diverse direzioni a seconda della scelta dell'attore: o si decide di far piazza pulita delle interpretazioni degli attori che sono venuti precedentemente nello stesso ruolo oppure come ha fatto lei, si opta per una reinterpretazione molto forte dell'attore originale. Come l'ha realizzata?
Benicio Del Toro: Lon Chaney Jr. è stato uno dei tre più grandi attori dell'epoca insieme a Boris Karloff e Bela Lugosi, e quando il confronto è così difficile l'approccio è suggerito dal lavoro dello sceneggiatore (in questo caso Walker ndr.) Chaney nel film originale è più una vittima che un carnefice e lo è in tutto il film, Walker invece lo ha reso molto meno vittima e l'ha trasformato in un protagonista, in un uomo che sceglie da solo il suo destino e prova ad agire. Lawrence avverte la stranezza e la reazione particolare del suo corpo quando si avvicina a Gwen, avverte anche l'ostilità dei suoi concittadini, agisce di più rispetto al personaggio originale. Quando l'ho letta ho pensato che sarebbe stato fantastico provare a incarnare nel 'mio' Wolfman tutto questo.

Signora Blunt, l'impressione è che si sia sentita più a suo agio con Benicio Del Toro in versione Wolfman che con Meryl Streep in versione direttore ne Il diavolo veste Prada. Quanto è stato difficile per lei inserirsi in un contesto così diverso dal solito e in un film maschile e maschilista come questo nel poco spazio che aveva a disposizione?

Benicio Del Toro ed Emily Blunt in un'immagine del film The Wolf Man
Emily Blunt: Quando mi è stata data la sceneggiatura ho creduto si trattasse della solita damigella in pericolo che doveva essere salvata, poi invece mi sono accorta che Gwen simboleggiava la purezza, il buono che c'è in ognuno di noi, la voglia di trovare il lato positivo anche in cose orribili. Sono partita dal concetto di donna, non di vittima: una donna che dal lutto e dal dolore tira fuori il coraggio perchè si accorge che la tristezza diventa noiosa. Ho cercato di fare del mio meglio per rendere tutto questo nel mio personaggio. Non è una donna che semplicemente passa dall'amare un uomo per poi spingersi nelle braccia del fratello di lui. Come faccio sempre, ho cercato di non eccedere nell'interpretazione ma di far venire in superficie il mio personaggio con la naturalezza e la sensibilità giuste.

Rick Baker nel suo lavoro è uno dei migliori se non il migliore, come anche Milena Canonero ai costumi (tre volte premio Oscar per i costumi di Barry Lyndon, Momenti di Gloria e Marie Antoinette, ndr), per non parlare del regista Joe Johnston. Com'è stato il rapporto con questi grandi professionisti che hanno contribuito alla realizzazione del film?
Emily Blunt: I costumi erano straordinari, Milena è molto creativa, ha usato materiali naturali, splendide pellicce, ma è anche una persona sensibile, molto attenta ai particolari. Credo che quelli di The Wolfman siano in assoluto i migliori costumi mai indossati nella mia carriera. C'è da dire che sul set la pressione del tempo è asfissiante ma lei è consapevole quanto sia importante per un film di questo tipo la cura ai dettagli. Per questo motivo, secondo me, lei è in assoluto la migliore.
Benicio Del Toro: Il lavoro di questi tre straordinari professionisti ha aggiunto un valore in più al film che ne ha tratto beneficio. Sono un grande fan dei classici della Universal come Frankenstein, La Mummia, Dracula e L'Uomo Lupo e tutti loro - tranne forse il conte vampiro - hanno un denominatore comune che è il trucco, un elemento che ci permette di viaggiare nel tempo. Prendete ad esempio Boris Karloff e una sua foto del 1932, se la mostrate a un bambino vi sa perfettamente dire che si tratta di Frankenstein. Quando a Rick Baker è stato proposto di lavorare al film lui ha accettato immediatamente, è stato da subito entusiasta all'idea, io penso a lui come a un'enciclopedia vivente riguardo quei film, è un mago del trucco, un grande motivatore, il suo 'sì' è stato un impulso che ha dato il via al progetto senza ripensamenti.

Qual'è stata la più grande difficoltà nel recitare di fronte a un mostro sacro come Hopkins? E' stata una lotta attoriale oltre che fisica tra voi?

Anthony Hopkins in una sequenza di The Wolf Man
Benicio Del Toro: Non so se ho raggiunto il livello di Hopkins, non credo, ma quando si lavora con attori di quel livello non si può non stare lì impalati ad osservarli attentamente. Da lui ho imparato la semplicità. Quando lo vedevo recitare una frase complicata in quel modo così semplice e chiaro e soprattutto con una così grande emotività, mi rendevo conto che queste piccole cose messe insieme rendevano grande l'interpretazione nella sua totalità. E' quel livello di semplicità che voglio raggiungere come attore, voglio riuscire a dare anche ad un semplice sospiro lo stesso valore che è capace di dare lui. Spesso ammetto di aver avuto timore reverenziale di fronte a lui, credo sia normale. E' stato come trovarsi di fronte a Marlon Brando, ci si rende conto di lavorare con un mito del cinema, il non plus ultra del nostro mestiere. A volte per l'emozione mi sono persino dimenticare di dover dire la mia battuta, altre volte invece avrei voluto non dirla per poter stare lì di fronte a lui a guardarlo. Mi è già successo con altri attori, ricordo fu lo stesso con Christopher Walken.

Non possiamo dimenticare il suo Che, il suo personaggio in Traffic di Soderbergh e quello al fianco di Sean Penn in 21 grammi, questa nuova veste di mostro non rischia di disorientare i suoi fan e soprattutto di pesare su quello che sembrava un percorso di attore ben delineato e sofisticato?
Benicio Del Toro: Anche a me piace un dolcetto ogni tanto: considero questo The Wolfman come un pezzetto di cioccolato di quelli che ci vogliono ogni tanto per tirarti su. Lo so che non è un film profondo e non è neanche da considerare storico ma a me piace divertirmi, fare cose diverse, fare qualcosa per me stesso e per le mie passioni. Questo è qualcosa che ho voluto fare per i miei fan, non potevo farmi sfuggire l'oppurtunità di lavorare con attori grandiosi e artisti tra i più famosi di Hollywood, è stato impossibile rinunciare.

Benicio, un 'Wolfman' americano a Roma
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