Based on a True Story: Polanski si interroga ancora sulla scrittura, ma questa volta manca il thriller

Col trascorrere dei minuti il film sembra trasformarsi in un thriller psicologico al quale non mancano spunti interessanti, nonostante una sceneggiatura che gira a vuoto. Eva Green come sempre splendida, elegante e sensuale, ma sacrificata in un ruolo che le lascia poco spazio.

Roman Polanski: A Film Memoir, un'immagine di Roman Polanski sul set di uno dei suoi tantissimi film

Letteratura e teatro sono una costante del cinema di Roman Polanski: sono ormai trent'anni che il regista polacco preferisce partire da soggetti non originali, eppure i suoi lavori continuano a mantenere i tratti distintivi della sua poetica. Anche in questo Based on a True Story, così come nei precedenti L'uomo nell'ombra e Venere in pelliccia, la protagonista del film è una scrittrice, che in questo caso deve fare i conti con la propria fama, i sensi di colpa e con un difficile blocco creativo.

Misery doesn't love company

Quando la incontriamo la prima volta, la protagonista Delphine (Emmanuelle Seigner) viene dal più grande successo della sua carriera: circondata da lettori che vogliono esprimerle il loro apprezzamento e costretta a firmare una copia dopo l'altra, la donna trova conforto solo nella presenza di Elle (Eva Green), una splendida fan che sembra molto più interessata ad ascoltare e sapere di più del processo creativo piuttosto che mostrare la propria gratitudine. Nei giorni successivi il rapporto tra le due si fa sempre più intimo, tanto che Elle, che di professione è una ghost writer, comincia ad aiutare Delphine, a darle consigli sul prossimo libro da scrivere e, ad un certo punto, si trasferisce a vivere (temporaneamente) da lei.

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Based on a True Story: Eva Green ed Emmanuelle Seigner nella prima foto ufficiale

Col trascorrere dei minuti il film sembra trasformarsi in un vero e proprio thriller piscologico, con elementi che sembrano rimandare al Misery non deve morire di Rob Reiner (e tratto dal celebre romanzo di Stephen King), in cui la misteriosa e affascinante Elle si fa presenza sempre più ossessiva nella vita della scrittrice, diventando gelosa, protettiva e, forse, anche pericolosa. Il problema del film è proprio qui: Polanski è come sempre maestro nella messa in scena e, da buon regista hitchcockiano, è eccellente nel creare tensione anche con poche essenziali inquadrature; peccato però che sia la sceneggiatura a girare a vuoto, ad essere (volutamente?) troppo prevedibile fin dalle primissime scene e non lasciare spazio a nessun tipo di twist o rovesciamento. Quello che già dal nome (Elle, ovvero Lei) o dalla prime apparizioni della co-protagonista sembra fin troppo evidente... si conferma esattamente così anche al termine della pellicola. Né più né meno.

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Polanski ed Eva Green sul set di Based on a True Story

Dopo il ghost writer... i fantasmi di uno scrittore

L'aspetto certamente più interessante di questo Based on a True Story è quello metacinematografico, ovvero l'idea che in realtà sia Polanski che il co-sceneggiatore Olivier Assayas stiano parlando del loro rapporto con la scrittura e con la fama, con le difficoltà di coniugare le aspettative del pubblico con i propri ideali e valori artistici. Ed è proprio per questo che è un vero peccato che il tutto alla fine sembri per ricordare - piuttosto che gli ottimi film che entrambi (si pensi anche al bellissimo Sils Maria per esempio) ci hanno regalato nel recente passato - una variante di Inserzione pericolosa. Certo, con due protagoniste particolarmente affascinanti, ma non tanto da sopperire all'evidente spreco di un potenziale che avrebbe potuto portare a qualcosa di decisamente superiore.

Roman Polanski sul set di Carnage (2011)

La Seigner e la Green funzionano, e soprattutto quest'ultima è come sempre un paradigma di bellezza, eleganza e sensualità: il suo ruolo però non le lascia sufficiente spazio di manovra e si deve accontentare di lanciare sguardi sexy ed irresistibili oppure a fare da presenza inquietante e inaspettata, ma mai sufficientemente ambigua. Alla moglie di Polanski spetta un ruolo più complesso ma non del tutto risolto. È invece interessante ed anomala la scelta di non approfondire il potenziale erotico che sottende il rapporto tra le due e che certamente avrebbe reso il film ancora meno metaforico e sognante. Però, diciamo pure la verità, anche più facilmente memorabile.

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