L'estate del mio primo bacio

2005, Commedia

Recensione L'estate del mio primo bacio (2005)

L'immaginario anni '80 sul quale si adagia il film è un trionfo di girelle, Cioè, poster dei Duran Duran e telenovele a go go, elementi evocativi che caratterizzano un'epoca, ma che non bastano però a fare un film interessante

Massimo Borriello

Baciami piccino

Sulla scia dell'incredibile successo di Notte prima degli esami, arriva nelle sale un nuovo raccontino estivo-adolescenziale targato anni '80, tratto dal libro di Teresa Ciabatti, Anselmo, torna da me, titolo sostituito per l'occasione dal più furbetto L'estate del mio primo bacio. Dietro la macchina da presa c'è Carlo Virzì, al suo debutto come regista dopo aver collaborato alla colonna sonora degli ultimi lavori, da Ovosodo in poi, del fratello Paolo. Protagonista del film è la tredicenne Camilla Randone, pariolina in villeggiatura con la madre ad Orbetello, nella mega-villa di famiglia, decisa ad assaporare finalmente il gusto del primo bacio. Tempo massimo un'estate, quella del 1987. Walkman sempre acceso a pomparle nelle orecchie le hit del momento (una su tutte Amore disperato di Nada), la lentigginosa ragazzina dagli occhi azzurri trascorre i giorni della sua vacanza-missione ai margini di un'enorme piscina, mentre sogna le labbra del belloccio della zona. Quando, però, viene a sapere che è arrivata in ritardo per accaparrarsi il suo facoltoso principe azzurro, Camilla è costretta a cercare in fretta un sostituto baciatore. La preda prescelta sarà Anselmo Franci, squattrinato diciassettenne impegnato nella pulizia della piscina di villa Randone.

Il cinema italiano prova a rituffarsi nuovamente nei fermenti estivi della gioventù, rinunciando ancora una volta a raccontarci storie o personaggi che si discostino da quella banalità stantia che domina le commedie nostrane destinate ai più giovani, ma che strizzano l'occhio anche ai loro genitori. Quello di Virzì è un film che ha il suo punto di forza in quella comicità toscana semplice, un po' cinica e mai triviale, che gioca molto sulla dicotomia Ricchi viziati, problematici e nevrotici e Poveri sgraziati, ma dai valori sanissimi (la grande famiglia unita di Anselmo vs la famiglia fantasma di Camilla), una divisione di classe netta, che serve soprattutto a ridicolizzare i primi. I ricchi del film sono infatti mariti traditori, donne distratte alla continua ricerca di un dottore che le ascolti e che taccia di fronte ad un fiume di parole e lacrime, padri che scrivono libri su come crescere i figli, ma non si accorgono dei problemi dei propri, persi tra bulimia e allarmanti telefonate fasulle al Telefono azzurro. Nulla di nuovo, quindi.

L'estate del mio primo bacio non ha un appeal che giustifichi quel passaparola che ha fatto la fortuna di Notte prima degli esami, si limita a strappare qualche timido sorriso, ma manca totalmente di emozione (elemento principe del film di Brizzi) ed è animato da personaggi essenzialmente caricaturali, nei quali è impossibile riconoscersi. La regia di Virzì si perde spesso tra nuvole e mare, ma sembra ritrovarsi ogni volta nell'azzurro degli occhi della protagonista, una Gabriella Belisario, al suo esordio, abbastanza convincente nel ruolo di ragazzina terribile, tanto concreta e poco sognatrice. L'immaginario anni '80 sul quale si adagia il film è un trionfo di girelle, Cioè, poster dei Duran Duran e telenovele a go go, ma soprattutto della musica cult dell'epoca, dai Roxy Music all'immancabile Karma Chameleon dei Culture Club, elementi evocativi che caratterizzano un'epoca, ma che non bastano però a fare un film interessante. Nel cinema straniero i giovani d'estate vivono, lottano, crescono, muoiono (qualche titolo recente: Krampack, A mia sorella, My summer of love, ma anche Il giardino delle vergini suicide, tutti film imperfetti, eppure potenti e con baluginii di ottimo cinema) mentre da noi tutto è più banale, imbalsamato, e sole fa rima con risata e disimpegno. Che noia.

Recensione L'estate del mio primo bacio (2005)
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