Noi credevamo

2010, Storico

Recensione Noi credevamo (2010)

Con il kolossal 'Noi credevamo' Mario Martone restituisce un'immagine della storia risorgimentale assolutamente interessante e scevra di facili ideologismi. Eccezionale la performance di Luigi Lo Cascio, che rende omaggio alla lotta sanguinosa di chi nell'Ottocento inseguì l'unità d'Italia.

Avanti popolo!

Cilento, Regno delle due Sicilie. 1828. Domenico, Angelo e Salvatore sono tre adolescenti che, dopo aver assistito alla decapitazione pubblica dei leggendari e rivoltosi fratelli Capozzoli da parte dell'esercito borbonico, si ripromettono di dedicarsi alla causa dell'unità d'Italia. Le loro vite vengono completamente condizionate dall'appassionata fede in un grandioso disegno, che solo uno di loro riuscirà a vedere realizzato nel lontano 1871, quasi 50 anni dopo. Sullo sfondo delle loro vicende, sofferte e spesso sanguinose, s'intrecciano gli avvenimenti storici di un'Italia che è divisa tra le manovre del potere, monarchico e temporale, e i faticosi moti rivoluzionari che provano a unificare il Paese nel segno della libertà e dell'uguaglianza sociale.

Noi credevamo - Videorecensione


Noi credevamo di Mario Martone. I tre rivoluzionari: da sinistra, Andrea Bosca (Angelo giovane), Edoardo Natoli (Domenico giovane) e Luigi Pisani (Salvatore giovane).
I tre protagonisti di Noi credevamo sono ispirati alle figure minori realmente esistite di Domenico Lopresti (nonno di Anna Banti, autrice dell'omonimo romanzo su cui si basa il film), Angelo Pieri e Salvatore Sciandra, ma sono utilizzati dalla sceneggiatura di Giancarlo De Cataldo (Romanzo criminale) e del regista Mario Martone (L'amore molesto) in maniera funzionale all'economia narrativa che, sviluppando una triplice storia di fiction, non strumentalizza la Storia ai soliti fini pedagogici, ma ne disegna un canovaccio denso di vicende, di personaggi e di sentimenti. L'impianto cinematografico è a metà tra un film storico, che ricostruisce e ridefinisce gli snodi famosi e segreti degli avvenimenti epocali dell'Ottocento italiano, e un melodramma teatrale, che l'imponente musica di Hubert Westkemper e la fotografia maestosa di Renato Berta, che ha lavorato con nomi del calibro di Godard, Rivette e Resnais, calibrano sapientemente. Diviso in quattro capitoli, che tracciano quattro atti di una spettacolare messa in scena, scandita in oltre tre ore di visione, il kolossal di Mario Martone restituisce un'immagine della storia risorgimentale assolutamente interessante e scevra di facili ideologismi. La scrittura scaltra sa destreggiarsi infatti tra una trama infittita dai necessari ricorsi storiografici e iconografici e un'interpretazione personale e innovativa: lo stile visivo di Martone, realistico e asciutto, non si può confondere con un semplicistico schematismo televisivo che avrebbe potuto scarnire tutti i nuclei tematici - "la guerra, la rivoluzione, l'unità" - qui sviscerati con cognizione di causa e grande chiarezza d'intenti.

Noi credevamo reca nel nome un programmatico alone romantico che impedisce al film di aderire sterilmente alla realtà, e permette al pubblico di immergersi in una dimensione onirica esclusivamente cinematografica. Il racconto si focalizza con intensità e oculatezza su momenti topici, selezionati validamente: la costituzione della profetica Giovine Italia con l'affiliazione talvolta deviata di personaggi come lo smanioso cospiratore Angelo, e le spinte propulsive ai moti rivoluzionari come una fede appassionata nell'uguaglianza e la combattiva speranza di unire legalmente un'Italia "gretta, superba e assassina", come quella attuale, di Domenico, un superlativo Luigi Lo Cascio. Ne emerge una raccolta ritrattistica dei personaggi storici moderna, che non ricalca i comuni cliché accademici, ma ne approfondisce la psicologia con onesto e militante piglio mitografico come per Giuseppe Mazzini, un austero Toni Servillo, il discusso Francesco Crispi (Luca Zingaretti), la reattiva Cristina Trivulzio, principessa di Belgiojoso, interpretata in maniera eccelsa da Francesca Inaudi e Anna Bonaiuto e l'ambiguo Antonio Gallenga. Se il corso degli eventi non riesce a suscitare particolare pathos nello spettatore che già conosce il percorso di orrore, miseria e martirio che condusse all' "alba della nazione", come segnala l'ultima parte del film, non sfuggono all'attenzione dialoghi e battute pungenti capaci di attualizzare il significativo valore delle faticose battaglie risorgimentali grazie alle quali Martone ci ricorda che "l'albero è stato piantato, con radici malate, ma è stato piantato", in un invito al recupero della memoria d' importante portata culturale che oggi nel nostro Paese può solo arrivare dal cinema.

Recensione Noi credevamo (2010)
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