Arrival: tradurre gli alieni per capire noi

Filosofico e profondo, il nuovo film di Denis Villeneuve fa della fantascienza un terreno fertile per analizzare l'essere umano, il suo modo di pensare, essere e amare.

Arrival: tradurre gli alieni per capire noi
Arrival

2016 – Fantascienza
3.9 3.9

Il mondo intero alza la testa verso il cielo. Dodici oggetti non identificati alti centinaia di metri incombono sul nostro pianeta senza mai toccare terra. Cosa contengono? Cosa sono? Come definiremmo la loro forma? Gusci, sassi, dischi, semplici navicelle? Ecco, Arrival nonostante porti nel titolo una meta, è un viaggio tra le domande (dalle più semplici alle più complesse), un'epopea che si interroga di continuo sul nostro modo di affrontare paure, dubbi, la vita stessa. E lo fa portandoci nel cuore e nella mente della sua protagonista Louise Banks, linguista chiamata ad interpretare i primi contatti stabiliti con gli alieni.

Arrival: Amy Adams in una foto del film

Perché lo spazio che interessa a Denis Villeneuve non è quello interstellare, ma quella porzione di vuoto che divide le navicelle dal nostro suolo. È quella sospensione che per molti è timore e per qualcuno può essere incanto, occasione per mettersi in discussione come esseri umani. Ed è così che Arrival ci invita poco alla volta a trasformare la diffidenza in apertura, la violenza in fame di sapere, l'alieno in opportunità.

La forma dell'altro

Arrival: Amy Adams in un'immagine tratta dal film

Ci sono cose che noi umani non sappiamo nemmeno immaginare. Tra queste c'è sicuramente il sequel di Blade Runner. Un film pericoloso che oggi ci fa un po' meno paura, perché il suo regista Villeneuve con Arrival (tratto dal racconto Storia della tua vita di Ted Chiang) dimostra di maneggiare la fantascienza in maniera consapevole e raffinata; la sfrutta come un'impalcatura di genere per esasperare il racconto dell'uomo alle prese con qualcosa di più grande di lui. Qui l'incontro con la razza aliena costringe a ridefinire sia la ragione che i sentimenti, ovvero tutto ciò che ci rende persone in grado di pensare e di sentire. La grandezza di Arrival risiede proprio nel modo in cui gestisce questo contatto.

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Arrival: un'immagine tratta dal film

Ogni passo avanti nella conoscenza degli alieni è segnato da timori e curiosità, è lento e quindi desiderato, raccontato attraverso una regia che accarezza lo spettatore e lo trasporta dentro tute, corridoi stretti e spazi claustrofobici grazie a tante sequenze affascinanti e ipnotiche. Anche perché la virtù della nostra Louise è tutta nel modo di approcciarsi al nuovo e al diverso. Tra codifiche e decodifiche, segni e suoni, come all'interno di una lezione di semiotica, attraverso lei impariamo a capire il senso delle nostre solite domande (Da dove venite? Chi siete?), a valorizzare ogni singola parola, senza dare per scontato nulla. A dare un peso alle parole, alla gravità, ma soprattutto all'empatia.

Con tatto

Arrival: una suggestiva immagine del film

La mancanza di risposte crea paura. E la paura alimenta insofferenza. Mentre Loiuse e Ian (un Jeremy Renner perfettamente misurato) indagano sulle intenzioni aliene, in sottofondo il mondo esprime tutto il suo malessere per l'ignoto. Villeneuve ci mostra questa fobia collettiva soltanto attraverso gli schermi di uffici governativi, televisori e computer dove viene trasmessa l'impazienza dell'umanità, sempre più prossima ad una violenza preventiva. Invece i protagonisti vengono celebrati (senza sensazionalismi) come eccezioni: loro invece toccano, si tolgono tute protettive, sfidano le barriere e si lanciano verso gli alieni pur di comprenderli. In questa devozione verso il sapere, le immagini del film fungono da guida: bellissime, sostenute da note enfatiche ma mai invadenti, sospese tra luce e buio, aiutano a mettere da parte l'angoscia per cedere definitivamente al fascino di ciò che stiamo guardando. Sì, perché grazie al tatto di Arrival, lontano anni luce da ogni retorica, si impara soprattutto una cosa: a sapersi porre le giuste domande senza pretendere per forza le risposte.

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Odissea nella memoria

Arrival: un primo piano di Amy Adams

In ballo c'è il destino di tutto il pianeta, la posta in gioco è globale, eppure Villeneuve per vivere questa epopea si aggrappa agli occhi vibranti di Amy Adams. Lei è il filtro attraverso cui percepiamo un'avventura statica e circolare (luoghi, azioni e incontri ricorrono più volte); lei è la chiave attraverso cui gli sforzi linguistici e gli intenti filosofici di Arrival si trasformano in poesia dei sentimenti. Se in Interstellar Nolan fece del tempo e dello spazio due coordinate per orientarci verso l'amore, questa volta è la memoria a diventare il terreno emotivo della storia. I ricordi come salvezza e come monito, il passato che a volte rincuora e altre ingabbia, influenzando il futuro. Tenendo stretti l'evento globale e il cuore del singolo, Arrival tenta di tradurre gli alieni per capire noi, e il suo nemico giurato forse non è il mostro, ma la prudenza nei sentimenti. A volte bisognerebbe semplicemente lanciarsi, lasciarsi andare, affidarsi alla paura per trovare il coraggio. Come fanno i grandi esploratori nei bei film di fantascienza.

Giuseppe Grossi
Redattore
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