Recensione Araf - Somewhere in Between (2012)

Un bel film che avrebbe potuto essere un capolavoro se la regista avesse trattenuto di più il finale, che lascia addosso paura e frustrazione mettendoci di fronte ad un'innegabile verità: ciò che non abbiamo mai visto, udito, toccato o annusato prima o poi esploderà dentro di noi e si sprigionerà portandoci altrove.

Anime in sosta

Zehra ha diciotto anni, vive in un piccolo villaggio di montagna in una famiglia molto tradizionalista e sogna di fuggire via dal Paese, ormai divenuto per lei come una prigione. Frequenta pochissimo i locali, non ha amici a parte i colleghi di lavoro e fa una vita monotona e stancante per una ragazza della sua età. Oltre a contribuire alle spese familiari ed a guardare sciocchi programmi televisivi in cui i concorrenti tentano la fortuna, Zehra si sottopone a lunghissimi turni lavorativi nel ristorante di una grande area di servizio dell'autostrada per mettere un po' di soldi da parte con il sogno nel cassetto di iniziare una nuova vita altrove, usando con l'aiuto di una sua collega alcuni siti internet di offerte di lavoro. Anche il suo coetaneo Olgun lavora nello stesso posto ed è perdutamente innamorato di lei senza averglielo mai detto. Al contrario di Zehra lui non ha l'obiettivo di andarsene dalla cittadina di provincia avvolta dal fumo dell'acciaieria in cui è nato ma vuole solo trovare una donna con cui costruire una famiglia in modo da non diventare come suo padre, un uomo dedito all'alcol, violento e anaffettivo. E' una mattina grigia e piovosa quella in cui Zehra posa per la prima volta gli occhi su un misterioso camionista, un piccolo istante di eternità in cui la ragazzina capisce di essere diventata una donna e di avere dei desideri che il suo corpo e il suo cuore non riescono e non vogliono più a controllare. E così grazie a questa grande passione, ricambiata dall'uomo che è molto più adulto di lei, la piccola Zehra comincia a pensare di poter finalmente realizzare i suoi sogni, ma sarà la sua stessa ingenuità a farla cadere in una trappola di solitudine senza via d'uscita che la costringerà a fare i conti con la dura verità.

Gioca forte la regista turca Yeşim Ustaoğlu nel suo Araf (traduzione turca della parola limbo) e sconvolge la platea veneziana di Orizzonti con un film che è come un pugno nello stomaco. Grigiore, pioggia, noia, nuvole non solo nel cielo, ma anche nella vita dei protagonisti, giovani senza speranza e senza futuro imprigionati nelle loro solitudini familiari ed incapaci anche solo di sognare una vita diversa da quella dei propri genitori. Ambientazione perfetta per questo dramma sociale il non luogo a metà tra paradiso e inferno rappresentato metaforicamente da una enorme stazione di servizio tra Ankara e Instanbul situato sull'autostrada più trafficata di tutta la Turchia, un posto in cui le persone si incontrano, socializzano e poi si lasciano per sempre per poi riprendere il proprio viaggio. Un limbo, un luogo fisico che ha ispirato questa storia nella mente della regista che durante le riprese del film precedente ha avuto modo di visitare e vivere in queste aree di sosta che offrono tutti i comfort in cui i viaggiatori abituali fanno davvero amicizia con i dipendenti ed in cui confluiscono i sogni, le speranze e le delusioni di chi li frequenta ogni giorno. Cosa può significare innamorarsi dello sguardo di una persona sconosciuta in un luogo effimero ed opprimente come questo? In questa tragica storia i tre protagonisti vivono la loro vita in una perenne condizione di attesa che è come una tortura perché è come se nella loro vita tutto fosse inutile e di passaggio e non ci fosse nulla di definitivo, se non la fuga o la morte. Incertezza e disperazione preparano i tre ad un'attesa che non trova mai appagamento, ad una condizione da cui i protagonisti sembrano non poter fuggire.
Sguardi che parlano e dicono più di mille parole, gesti che sputano sentenze, diaoghi e atmosfere rarefatte che lasciano di colpo spazio ad immagini dure, violente, a momenti di orrore assoluto che cancellano anche il più piccolo barlume di speranza e nella parte finale risucchiano lo spettatore nel vortice di disperazione e solitudine in cui finiscono i personaggi. L'unica speranza per le donne turche è quella di accasarsi e di accontentarsi, mentre l'unica speranza per i giovani in generale è la resa, se consideriamo che la Turchia è uno di quei paesi in cui l'innamoramento e l'attesa dell'amore che si placa sembrano essere un privilegio solo di alcuni. Un bel film che avrebbe potuto essere un capolavoro se la regista avesse trattenuto di più il finale, che lascia addosso paura e frustrazione mettendoci di fronte ad un'innegabile verità: ciò che non abbiamo mai visto udito, toccato o annusato prima o poi esploderà dentro di noi e si sprigionerà portandoci altrove.

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4.0/5