Wild Animals

1997, Drammatico

Recensione Wild Animals (1997)

Opera seconda di Kim Ki-duk, fonde motivi autobiografici - l'amore per la pittura e l'arte in primis - e stile istintivo.

Animali di città

La stazione ferroviaria di Parigi è il luogo dove si incontrano Hong-san e Chun-hae, il primo, ex-soldato disertore in fuga dalla Corea del Nord, fortissimo fisicamente, ma segnato nell'animo dalle esperienze vissute in patria, l'altro, sud coreano, aspirante pittore che vive di espedienti e si fa pochi scrupoli per ottenere ciò che vuole. Lo scontro nella stazione francese ed il tentato furto del bagaglio di Hong-san da parte di Chun-hae segnano l'inizio della loro amicizia: dapprima con diffidenza, Hong-san decide di seguire Chun-hae nella sua ricerca di guadagni facili, diventando così uno scagnozzo agli ordini di un boss della malavita locale. Entrambi innamorati di due donne impossibili da avere, i due amici vengono risucchiati in un vortice infinito di violenza, tradimenti e rappresaglie che si concluderà in un finale dolorosamente tragico.

Opera seconda di Kim Ki-duk, Wild Animals fonde motivi autobiografici (l'amore per la pittura e l'arte in primis - la testa di Rodin, il sogno di Chun-hae di aprire un atelier, gli anni trascorsi a Parigi, il dramma delle due Coree divise e la dura disciplina militare) e stile istintivo. La macchina da presa si muove liberamente per Parigi, esplorando la città nei suoi aspetti meno noti, bassifondi cupi ed umidi, parchi inondati dal sole, anfratti nelle rive del Tamigi, generando uno sguardo nuovo e diverso su di essa, aiutata anche da una fotografia particolarmente nitida e luminosa. Un film più discontinuo rispetto al resto della produzione di Kim Ki-duk, che alterna momenti di cupa crudeltà e drammatica ferocia ad episodi che strappano inevitabilmente il sorriso. La stessa violenza, qui ampiamente presente, raggiunge livelli di iperrealismo fumettistico stemperando così la drammaticità di alcune situazioni.
Non per questo, però, vengono meno quei temi simbolici che diverranno parte integrante della cinematografia del regista coreano e che in Wild Animals sono già presenti, anche se in nuce: prima di tutto la presenza ossessiva dell'acqua, leit motiv privilegiato di molte altre pellicole utilizzato qui come costante richiamo mortifero, soprattutto nella scena chiave del tentato omicidio di Hong-san, e nell'improvviso finale, col rigagnolo d'acqua piovana che scorrendo si mescola al sangue, altra sostanza simbolica versata copiosamente ed addirittura utilizzata da Chun-hae per dipingere.

Le due figure femminili di Wild Animals anticipano la condizione di masochistica schiavitù della donna, vista come oggetto di desiderio posseduto con la violenza dagli uomini, e nello stesso tempo incarnano l'ideale di bellezza che non può che essere ammirato vouyeristicamente (la donna statua di Rodin completamente dipinta di bianco, la spogliarellista del peep show); nel finale, però, sarà proprio una delle due donne a portare inaspettatamente a termine il proprio proposito di vendetta, dimostrando una forza ed una freddezza che si affiancano alla tipica fragilità e delicatezza femminile orientale. Il risultato del secondo lavoro di Kim Ki-duk è dunque una pellicola che riunisce dramma, avventura ed amicizia virile, costellata di un violenza quasi kitanesca che spiazza lo spettatore, ma che, allo stesso tempo, condensa già l'inconfondibile stile e le tematiche care al regista sud coreano in un lavoro ancora acerbo e già estremamente stimolante.

Recensione Wild Animals (1997)
Valentina D'Amico
Redattore
3.0 3.0
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