American Crime Story: un finale intenso e simbolico a conclusione di una stagione impeccabile

Con The Verdict è giunta a conclusione la prima stagione della serie antologica targata FX creata da Scott Alexander e Lerry Karaszewski con la quale il duo di sceneggiatori ha messo in atto una brillante quanto amara riflessione sull'America partendo dalla ricostruzione del processo per omicidio che vide imputato l'ex campione di football, O.J. Simpson.

American Crime Story: un finale intenso e...
American Crime Story

2016 - .... – Crime
3.5 3.5

Mentre già iniziano le prime indiscrezioni sulla seconda stagione di American Crime Story, incentrata sulle fatali conseguenze causate a New Orleans dall'uragano Katrina del 2005, si è da poco conclusa negli Stati Uniti la prima stagione della serie antologica creata da Scott Alexander e Larry Karaszewski per FX ed inserita nell'universo narrativo/produttivo di AHS, "la serie madre" ideata da Brad Falchuk e Ryan Murphy, qui produttori esecutivi della stagione incentrata sulla ricostruzione del processo per omicidio ai danni della star hollywoodiana dal glorioso passato sportivo accusata di uxoricidio. E se già con il pilot, From The Ashes of the Tragedy, avevamo intuito che The People Vs. O.J. Simpson aveva una marcia in più rispetto alle stagioni di matrice horror firmate da Falchuk e Murphy, i seguenti episodi ed il recentissimo finale non hanno fatto altro che confermare le impressioni iniziali. Il duo di sceneggiatori, con una certa predilezione per i biopic, ha lavorato alla stesura dei vari copioni che compongono le dieci puntate di ACS, dal 2013, studiando e leggendo una mole corposa di materiale utile al loro lavoro, improntato, come si è avuto modo di vedere, all'attenzione maniacale per l'accuratezza dei dettagli. Ma il lavoro dei due non si è soffermato su un aspetto meramente estetico/scenografico. Alexander e Karaszewski hanno fatto molto di più. Hanno preso il caso giudiziario più chiacchierato del secolo per trasformarlo in una riflessione acutissima sulla politica, il giornalismo, la fama e la controversa questione razziale negli Stati Uniti del 1995 che, guarda caso, si sovrappone benissimo anche ai giorni nostri, facendo attenzione a dedicare spazio ai differenti punti di vista dei personaggi e a incentrare ogni puntata su un tema preciso.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - L'attore Cuba Gooding Jr. in una foto della serie antologica

Ed è così che American Crime Story sembra assumere i contorni di un lungo biopic dove non è importante la conclusione, nota a tutti, quanto i dettagli, le sfumature, le angolazioni molteplici di una storia così complessa e stratificata da contenere al suo interno svariate realtà che il duo di sceneggiatori è riuscito a gestire e riportare con equilibrio e concentrazione, rimasti costanti come la tensione narrativa di ogni singolo episodio. Una stagione di raffinata scrittura che brilla ulteriormente grazie ad un cast eccezionale che, c'è da scommetterci, sarà protagonista della prossima awards season.

"This is still America!"

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - Cuba Gooding Jr. interpreta l'atleta accusato di omicidio

The Verdict si divide in due parti. La prima è dedicata alle arringhe finali dell'accusa e della difesa prima di lasciare che sia la giuria popolare, alla luce di quanto ascoltato durante gli otto mesi di processo, a dichiarare (in sole quattro ore di dibattimento) Simpson colpevole o innocente. L'episodio, diretto come il pilot, "The Run of His Life" e "Marcia, Marcia, Marcia", da Ryan Murphy, mostra, in questa sezione, una regia divisa tra le inquadrature fisse dedicate ai dibattimenti di Marcia Clark (Sarah Paulson) e Chris Darden (Sterling K. Brown), rispettivamente pubblico ministero e avvocato dell'accusa, e quelle frenetiche riservate all'ultimo atto della difesa, rappresentato dall'esponente di spicco del Dream Team, Johnnie Cochran (Courtney B. Vance). La seconda parte mostra, invece, tra immagini di repertorio e ricostruzioni, le opposte reazioni della corte e di comuni cittadini all'annuncio del verdetto di innocenza nei confronti di O.J. Simpson. Quello che traspare, tra la gioia degli afroamericani e le espressioni sconcertanti di bianchi, è come ciò che era nato come un processo per omicidio si era trasformato, fin da subito, in altro. Il contesto sociale nel quale il procedimento penale prese il via, sottolineato fin dalla primissima scena di apertura con i filmati delle rivolte di Rodney King, ha trasformato il procedimento penale in un'analisi stessa del sistema giudiziario americano, considerato razzista (a ragione, in un contesto generale, visti gli innumerevoli casi che ancora oggi dividono e scolvolgono l'opinione pubblica), e che ha visto nella liberazione di O.J. una sorta di risarcimento all'intera comunità afroamericana. E se Johnnie Cochran la pensa esattamente così, Chris Darden è la pulce nell'orecchio dell'ex collega che sottolinea, invece, come la vittoria dell'ex gloria del football non abbia nulla a che vedere con la giustizia, i diritti civili e il dovuto risarcimento dopo secoli di sopraffazioni. Sarà la storia a dargli ragione ed una frase illuminante pronunciata dalla stesso imputato in una delle prime puntate: "I'm not black. I'm O.J.!".

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American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - John Travolta interpreta Robert Shapiro nella serie targata FX

Quella della carta razziale è uno dei temi maggiormente sviscerati nel corso delle dieci puntate che dall'arresto di "Juice" alla sua scarcerazione hanno attraversato l'intera stagione. Dalla folla di persone comuni accostate sui lati dell'autostrada, con tanto di cartelloni incoraggianti, durante la sua folle corsa a bordo della Ford Bronco, alla copertina del Time con il suo volto scurito rispetto alla cover story di Newsweek, passando per i Fuhrman tapes, le registrazioni a sfondo razzista dell'agente della polizia di L.A. che trovò il guanto insanguinato di Simpson sulla scena del crimine, fino all'arredamento della sua abitazione stravolto dalla difesa per renderlo più "black" per la visita della giuria, con tanto di quadri ed oggetti legati all'arte africana, The People Vs. O.J. Simpson, mostra il peso che la questione razziale ha avuto durante il processo.

"Marcia, Marcia, Marcia"

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - Srah Paulson e Sterling K. Brown in una foto tratta dagli episodi della serie

American Crime Story, fatta eccezione per questo ultimo episodio, è sembrata molto più interessata a raccontare il privato e il pubblico degli avvocati e tutto il circo mediatico scaturito all'indomani dell'arresto di Simpson piuttosto che l'ex star sportiva, quasi un pretesto per raccontare la storia da un'altra prospettiva (anche le due vittime, Nicole e Ron, restano ai margini). Su tutti i protagonisti incontrati, gli autori, si sono concentrati sul pubblico ministero Marcia Clark, unica figura femminile del processo e anima stessa della serie. Nel 1995, durante il vero procedimento giudiziario, il suo nome, la sua immagine, il suo privato, finirono sotto la lente d'ingrandimento di stampa e tv, scavalcando i paletti immaginari di una privacy che scomparve in virtù della celebrity al centro dell'accusa. I tabloids, oltre a pubblicare qualunque intervista (dal porta mazze di O.J. a presunti testimoni), indiscrezione o foto rubate, iniziarono una vera e propria crociata mediatica nei confronti della Clark che finì, addirittura, nelle aule del tribunale. Criticata per il suo taglio di capelli, il suo gusto in fatto di moda, l'aspetto fisico, le sue relazioni passate (negli stessi giorni del processo era in corso anche il divorzio dal suo secondo marito) o il suo ruolo di madre, il pubblico ministero e la sua faticosa battaglia per rimanere a galla in un mondo che non conosceva e del quale non aveva chiesto di far parte, ci vendono riportati nella loro totalità grazie alla scrittura pressoché perfetta del personaggio e all'ottima interpretazione della Paulson in bilico tra la determinazione e le fragilità della donna chiamata ad interpretare.

"O.J. was here"

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - Gli attori David Schwimmer e John Travolta in una foto della serie targata FX

American Crime Story: The People Vs. O.J. Simpson, a distanza di vent'anni, ha dimostrato di non aver affatto esaurito il suo potenziale mediatico, riuscendo, oggi come ieri, ha catalizzare l'attenzione di un'intera Nazione tra il serio e l'ironico come dimostrano il ritrovamento di un coltello in quella che era l'abitazione dell'uomo al tempo degli omicidi e i vari sketch e servizi dedicati dai network americani alla serie e alla vicenda tout court, riportando ancora una volta il processo in tv (con ACS) e sugli organi d'informazione (copertine, articoli, approfondimenti). Proprio l'arresto dello sportivo modificò il modo di fare informazione e l'acuirsi di quel giornalismo sensazionalistico, fatto di gossip e futilità, che vede nella dinastia Kardashian l'esempio principe. Un nome non citato a caso, dato che proprio Robert Kardashian (David Schwimmer), migliore amico e avvocato di O.J., compare nella serie (con tanto di cameo dei giovanissimi figli, oggi celebrità da social network) rappresentando un'anima pura che credeva realmente nell'innocenza dell'uomo fino all'allontanamento finale. L'ultima parte di The Verdict assume anche i contorni di una riflessione sulla fama, elemento fondamentale nella scarcerazione dell'uomo ma anche arma a doppio taglio. O.J. dalla cella nella prigione dove trascorse la durata del processo, protagonista di un trattamento di favore, una volta tornato libero è convinto di poter tornare ad essere l'uomo di prima, di spazzare via tutto con un'altra copertina, con un'altra festa, con un tavolo prenotato nel miglior ristorante della città. Ma l'O.J. del tifo da stadio non c'è più, del campione è rimasta solo una statua a ricordarne la grandezza. Al nuovo O.J. non resta che guardarla dal basso. "Ain't No Sunshine When She's Gone".

Manuela Santacatterina
Redattore
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