Recensione Sinbad: la leggenda dei sette mari (2003)

Sinbad si inserisce nella recente tendenza dell'animazione occidentale di superare i limiti imposti dal suo target tradizionale: i bambini.

Alla deriva nel mare digitale

La recente tendenza dell'animazione occidentale è stata di varcare i confini ristretti marcati dal pubblico giovanissimo cui era tradizionalmente rivolta, vuoi per motivi storici, vuoi per motivi culturali. E' forse grazie all'esempio orientale, alla dimostrazione che può esistere un cartone animato senza animali parlanti, o altre amenità infantili di questo tipo, che la Dreamworks si è lanciata nel mercato dell'animazione con intenzioni diverse da quelle che la Disney ha sempre portato avanti con relativo successo.
Dopo primi esperimenti convincenti (Il principe d'Egitto, Spirit - cavallo selvaggio), e i primi tentativi di far maturare i proprio prodotti avvenuti anche in casa Disney, c'erano tutti i presupposti perchè questo Sinbad: La leggenda dei sette mari si concretizzasse in un prodotto compatto, deciso e finalmente maturo.
A solidificare questa idea è bastato dare un'occhiata al cast (tecnico e artistico): alla sceneggiatura è stato chiamato John Logan, che conosciamo come autore de Il Gladiatore e del prossimo L'ultimo samurai, alla regia torna il Tim Johnson che aveva animato le formiche di Z la formica e soprattutto alle voci troviamo molti nomi noti, notissimi, del panorama hollywoodiano, dal Brad Pitt che dà vita a Sinbad, a Catherine Zeta-Jones, Michelle Pfeiffer, Joseph Fiennes.

E' stato confermato l'entusiasmo iniziale? o lo sforzo produttivo alla base del film si è rivelato solo un'illusione?
Senza voler essere categorici, o troppo duri, possiamo dire che in definitiva il film è forte e non sono poche le sequenze potenti dal punto di vista visivo, pregne di immagini evocative, a tratti affascinanti, a tratti suggestive. Laddove il film viene meno, è nella decisione di puntare sull'azione, seguendo la tendenza moderna di far muovere molto la camera, di seguire i personaggi in inquadrature azzardate e, trattandosi di animazione tradizionale, proibitive.
Per far ciò, è stato necessario andare ancora più avanti nella strada già intrapresa con i lungometraggi precedenti: usare la computer graphic in modo massiccio, e non solo come aiuto o rifinitura del lavoro svolto dagli animatori.

Il risultato, dal punto di vista tecnico, è altalenante: le già citate sequenze suggestive si alternano ad altre che vedono i protagonisti evidentemente bidimensionali persi in un mondo palesemente ed eccessivamente tridimensionale e freddo. E' il caso, soprattutto, delle scene di mare, con le navi che sanno di grafica da videogioco; dei mostri, degli effetti atmosferici.

Ma il film risulta convincente solo a tratti anche dal punto di vista prettamente cinematografico, con le (per fortuna poche) concessione al pubblico giovane che stonano in un complesso che si rivolge a un target più alto, con le sequenze d'azione che strizzano l'occhio ad adolescenti e altre sequenze più decisamente mature.

E' un peccato perchè non sono pochi i momenti degni di nota, e forse sarebbe bastato qualche mese di lavoro in più per rendere il tutto più omogeneo nel look e nel sapore. Si ha, infatti, l'impressione di poca attenzione in alcuni passaggi, alternati ad altri che invece sono molto ben realizzati e curati.

Non del tutto fallimentare, quindi, il continuo tentativo Dreamworks di staccarsi dal mondo dell'animazione per bambini, ma con prodotti che ottengono forse l'effetto opposto: cioè quello di andarsi a ghettizzare presso un pubblico di soli adulti. O addirittura di risultare inadatti a tutti i tipi di pubblico, di trovarsi, in definitiva, senza un target di riferimento.
L'esatto opposto dei risultati raggiunti dalla Pixar e il suo recente Alla ricerca di Nemo (e dagli altri che si cimentano con l'animazione 3D, tra cui la stessa Dreamworks con Shrek), che sta riuscendo a realizzare film adatti a tutte le fasce di pubblico, e di questi tempi non è poco!

Movieplayer.it

3.0/5