Al Pacino: il divo si racconta al Festival del Film di Roma

La folla festante lo esalta, la sala gli concede un'ovazione. Al Pacino riceve il Marco Aurelio alla carriera e si racconta: 'I miei cattivi sono sempre stati così amati perchè li umanizzavo'

Pietro Salvatori

Si accendono le luci su quello che adesso si chiama Festival internazionale del film di Roma, ma che per una sera sembra avere rispolverato il suo vecchio nome. Sì, perchè ad accogliere Al Pacino sul red carpet dell'auditorium è proprio una Festa, con la effe maiuscola, di pubblico gioioso, che lo inchioda per più di quaranta minuti a firmare autografi, e che gli concede un'ovazione nel corso di quello che probabilmente è uno degli eventi più attesi, se non il più atteso, di tutta la manifestazione.
Dalle mani del Presidente della Camera di Commercio di Roma, Andrea Mondello, con la benedizione del Presidente del Festival Gianluigi Rondi, presente in sala, Al Pacino ritira infatti il Marco Aurelio alla carriera.
La sua, si dirà.
Non esattamente. La carriera che si vuole premiare è quella dell'Actor's Studio, il glorioso laboratorio per la formazione di attori di talento, fondato da Elia Kazan, diretto per oltre trent'anni da Lee Strasberg, e di cui attualmente Pacino è tra i presidenti.
L'intento è quello, dunque, attraverso di lui, premiare la scuola che ha formato gran parte dei grandi attori del secondo dopoguerra, alla quale il Festival di Roma, sin dalla sua fondazione, grazie al lavoro di Antonio Monda e Mario Sesti, ha tributato una retrospettiva.
"Dall'Actor's studio - dice l'attore - ho imparato tantissime cose. Andare lì, innanzitutto, mi aiutava a capire di avere la possibilità di crescere come persona e come attore, a apprendere determinate cose in una certa maniera, e magari le pensavi in un'altra. Essere sostenuto e supportato in questo, da un uomo della levatura di Lee Strasberg era una cosa impensabile, era lui che ti ispirava e ti portava a capire che potevi diventare un grande attore".
La serata è così dunque una gustosa occasione per rivedere alcuni spezzoni degli innumerevoli film girati da Pacino, rileggendoli proprio in quest'ottica.

Al Pacino è la star di Scarface
Ci si immerge subito nella grande epopea criminale di Scarface e di Carlito's Way, due film particolarmente cari ad Al Pacino: "Ho adorato Tony Montana, il personaggio del film del 1930. A volte rimango affascinato dal modello reale, come quando incontrai Frank Serpico. Di Scarface invece mi ha sempre colpito l'interpretazione di Paul Muni nella versione del 1932. Fu mia l'idea di mettergli le cicatrici, perchè volevo dare l'idea di quanto fosse selvaggio. Era interessante vedere chi era, da dove veniva e dove andava. Un personaggio che risolveva tutto utilizzando il coltello, e poterlo capire da un qualche cosa non di evidente, un qualcosa che si vede e non vede. Di Carlito invece - continua - mi affascinava la dinamica: mi sono identificato con il personaggio, uno intrappolato nelle proprie miserie, che cerca di venirne fuori in qualche modo. Questa è una cosa che mi appartiene".

Vedere un pezzo de Il mercante di Venezia, lancia una riflessione, ormai consueta, sulla quale è interessantissimo sentire il diretto interessato: "Come mai Al Pacino interpreta principalmente ruoli da cattivo, e spessissimo riesce anche a farsi amare?"
"Io non c'entro nulla - si schernisce - dipende da chi ha scritto l'opera, il grande scrittore riesce a far stabilire un rapporto con il cattivo, riesce a farti identificare in qualche modo con lui. Riesci a percepire da dove viene questa cattiveria, riesci a capire perchè è cattivo. Poi l'attore lo umanizza, trova cosa c'è di buono in lui, in un certo senso lo fa diventare una specie di metafora delle cose".
Il culmine, il cattivo per eccellenza, è stato incarnato da Pacino ne L'avvocato del diavolo, dove l'istrionico attore interpretava, manco a dirlo, proprio la parte del demonio.
"Non volevo recitare in questo ruolo - confessa Al - Ci mancava, dopo tanti cattivi, solo fare la parte del diavolo! Per me poi però è stata un'avventura, perchè mi spinse a farmi domande sul perchè se ne parla, da dove viene, che ne pensa la gente. Mi sono riletto il Paradiso perduto di John Milton, perchè il fattore più decisivo per me era la credibilità. Se non hai questa padronanza hai come la sensazione che stai imbrogliando, di star facendo qualcosa di finto, di più grande di te".

Al Pacino in una scena de Il Padrino - Parte seconda
Il gran finale, ovviamente, non poteva che essere dedicato alla saga de Il Padrino.
"Uno dei miei nonni veniva da Corleone - rivela Pacino - Questo fatto l'ho scoperto molto più tardi. E' stato molto interessante, era una cosa che nessuno sapeva, me lo disse mia nonna e fu una cosa scioccante. Credo che sia un pò un segno del destino. Non volevo essere Michael, magari Sonny, che era più viscerale, non così introverso, anche perchè nessuno mi voleva in quella parte nel film. Ma Coppola insisteva, nonostante tutti gli ostacoli; considerate che oltre a me non volevano nemmeno Brando! E Brando era uno dei miei idoli, al quale mi ero sempre ispirato. Come vi dicevo, ho sempre avuto la sensazione che non mi volessero nel film, come se mi avessero sempre voluto scaricare. Marlon aveva percepito il mio nervosismo, e mi diede un grandissimo sostegno. L'ho conosciuto e amato, la sua morte è stata una grandissima perdita".
Finisce con questo ricordo affettuoso di un'altra stella del firmamento cinematografico il primo grande evento del Festival di Roma, e con l'ultima, ennesima ovazione ad uno degli idoli dei cinefili di tutto il mondo.

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