Adrien Brody: "Quando recitavo in Summer of Sam la gente mi vedeva e cambiava strada"

La passione per la pittura, Dalì e Wes Anderson. La felicità per l'Oscar, l'eccitazione sul set di Spike Lee e la sofferenza su quello di Malick. Adrien Brody si racconta a Locarno.

Voce suadente, sguardo pacato. L'Adrien Brody che incontriamo a Locarno non è più l'uomo tormentato che fatica a scrollarsi di dosso la sofferenza dei suoi personaggi, ma è un attore sicuro di sé che, dopo anni di inquietudine spesi alla ricerca di un riconoscimento professionale, ha sul comodino un Oscar e tanti ruoli acclamati dalla critica. Brody, approdato in Svizzera insieme al padre e alla madre, fotografa di fama, per ritirare il Leopard Club Award, ha imparato a godersi la vita e ci racconta di essersi preso una lunga pausa dalla recitazione per dedicarsi anima e corpo alla sua seconda grande passione, la pittura. "Ho preso una pausa per dipingere, ma adesso ci sono un sacco di cose che vorrei fare" ci confessa l'attore. "E' inevitabile che dopo il documentario Stone Burn Castle prima o poi torni dietro la macchina da presa, ma la pittura assorbe tutto il mio tempo libero quindi non so quando ci riuscirò".

Adrien Brody a Locarno 2017

Sentendolo parlare, si capisce che Adrien Brody respira arte fin dalla giovinezza. L'attore ammette di aver cominciato a dipingere in gioventù, forte dell'esempio materno, ma è la folgorazione per la recitazione ad aver segnato il suo cammino procurandogli dapprima frustrazioni e poi enormi gratificazioni. "Conosco la disperazione di chi è consapevole del proprio potenziale, ma non riesce a uscire dall'anonimato. Pur provenendo da un ambiente modesto, io sono riuscito a emergere e questa è la dimostrazione delle possibilità che fornisce l'America. Oggi per me l'anonimato è un lusso. Il mio lavoro è commuovere le persone, stare con loro, divertirle e far parte della loro vita. La celebrità e la percezione della celebrità arrivano quando raggiungi un certo livello. Io vengo dal Queens, oggi posso socializzare con l'alta borghesia senza rappresentare un pericolo per loro".

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"Un cinecomic o una serie tv? Aspetto solo la chiamata"

Adrien Brody a Locarno 2017

La carriera di Adrien Brody si articola tra blockbuster e cinema indipendente. L'attore ammette di essere aperto a ogni possibilità e di non nutrire pregiudizi, anzi, pur facendo parte di una factory stilizzata puro indie come il gruppo di lavoro di Wes Anderson, ammette di non disdegnare un ruolo stimolante in un franchise. "Wes è un genio, è uno storyteller unico ed è l'unico regista che mi ha permesso di essere divertente" racconta Brody. "Mi ha dato la possibilità di interagire con brillanti comici come Jason Schwartzman. Ma ho adorato lavorare in un blockbuster come King Kong e recitare con il green screen. Da allora la tecnologia è migliorata costantemente. Per un attore recitare con qualcuno che non esiste è una sfida,devi escludere ogni distrazione, ma il talento di Andy Serkis mi ha aiutato. Ho sempre guardato a King Kong come al film che vorrei che i miei nipoti o pronipoti ricordassero". E se arrivasse la proposta per recitare in un cinecomic? "Mi piacerebbe interpetare un grande personaggio dei fumetti. Dovrebbe essere il ruolo giusto, ma se guardo a cosa Iron Man ha fatto per Robert Downey Jr. e viceversa, e a cosa entrambi hanno fatto per la Marvel... Attori indie sono diventati star di grandi studio, questo interscambio è interessante perché apre nuove possibilità".

Adrien Brody ritira il leoard Club Award a Locarno 2017

La stessa tv è ormai un medium appetibile per star di prima grandezza e anche Adrien Brody ammette di subirne la fascinazione tanto da dichiarare orgoglioso che presto sarà nella quarta stagione di Peaky Blinders. "Ho fatto la guest in un ruolo limitato, ma ho avuto la possibilità di lavorare con un cast fantastici e con creativi di primo livello. Negli anni '70 i film avevano una narrativa fantastica, erano molto europei nella sensibilità. Oggi le serie hanno cancellato la classificazione tra attore di cinema e attore di tv, non c'è più lo snobismo di una volta. In una serie l'attore ha spazio per sviluppare un personaggio e il pubblico si può connettere con esso. E' un impegno enorme, per un film mi immergo nel personaggio da tre a sei mesi e la serie è molto più lunga, ma se mi offrono un ruolo creativo accetterò volentieri".

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Da Woody Allen a Dario Argento, da Terrence Malick a Spike Lee, su e giù da un set

The Grand Budapest Hotel: Adrien Brody in un'immagine promozionale

Adrien Brody fa parte di quella schiera di attori alla Robert De Niro che necessitano di una immersione totale nel personaggio. Dopo le riprese de Il pianista, che gli ha fruttato l'Oscar, ammette candidamente di essere stato depresso per un anno. "Tornare alla vita normale è una sfida dal punto di vista emotivo, devi convivere con un lutto. Per fortuna girare The Village mi ha aiutato. Interpretavo un personaggio complesso, con un handicap mentale, e mi sono buttato in questo lavoro a capofitto. La recitazione è un processo individuale, io cerco di "recitare" il meno possibile, non voglio imitare nessuno, voglio vivere l'esperienza. Quando giravo al freddo, giacevo nella neve prima dei ciak perché voglio vivere le esperienze dei personaggi sulla mia pelle. La connessione con la verità apre una nuova consapevolezza".

Adrien Brody e John Leguizamo in una scena di Summer of Sam - Panico a New York

Tra i film della sua lunga carriera che gli stanno più a cuore, Adrien Brody ricorda il poco conosciuto Love the Hard Way, premiato a Locarno nel 2001, e Midnight in Paris di Woody Allen ("interpretare Dalì è stato liberatorio"), ma nonostante i problemi legali con la produzione, l'attore ha solo parole positive per Dario Argento, che lo ha diretto in Giallo/Argento. "Molti hanno scritto che non ero soddisfatto del film, ma non è vero. Non leggo mai cosa scrivono di me, perché anche se non è vero spesso suona come interessante. Con Dario Argento mi sono divertito, sono sempre stato un suo fan e recitare con lui è stato un esperimento. Ero preoccupato che il film fosse troppo gore, ma Dario è una persona gentile, mite. Con lui non ho mai avuto problemi". Tra i ruoli più curiosi spicca, inoltre, Summer of Sam - Panico a New York, primo film bianco di Spike Lee in cui Brody interpretava un punk sbandato. "E' stato un momento eccitante, ero giovane ed essere scelto da Spike Lee mi ha dato una grande visibilità. C'erano attori famosi in lizza per la parte e io ho sostenuto molti provini, ma è stato fantastico girare a New York, la mia città, con attori come John Leguizamo. La vitalità di Spike Lee e la sua connessone con New York erano incredibili. Ricordo gli incredibili look del mio personaggio. Non ero famoso e nel film mi rado i capelli, a un certo punto ho una cresta da mohicano, poi i capelli sparati in alto. Quando camminavo per la strada vestito come il mio personaggio la gente mi vedeva e attraversava per non camminarmi vicino. E' terribile scoprire come anche in una città cosmopolita come New York la gente ti giudichi solo per l'aspetto fisico".

Naomi Watts con Adrien Brody in una scena di King Kong

L'ultimo ricordo, un po' meno felice, riguarda la La sottile linea rossa di Terrence Malick. "Il mio ruolo è stato radicalmente ridotto. Non è stato facile per me, ma dal lavoro ho imparato tanto. Ho vissuto nella giungla, ho messo il cuore nel film, è stata un'esperienza molto intensa. Ricordo che sentivo un senso di perdita, qualcosa che le persone non possono capire se non hanno provato un coinvolgimento di quel tipo. Il mio lavoro non ha avuto il riconoscimento che speravo, ma quel sebso di perdita mi è servito tre anni dopo per interpretare il protagonista de Il pianista. Le cose accadono per una ragione. Menyre mi preparavo pensavo al personaggio di Robert De Niro ne Il cacciatore, alle persone che sacrificano se stesse in nome della democrazia senza avere niente in cambio". De Niro è anche parte del film della vita di Adrien Brody. Dopo averci pensato un po' su l'attore confessa: "Difficile indicare un solo film, ma senza dubbio senza Il padrino - Parte seconda non sarei diventato ciò che sono".

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