Falene

2009, Commedia

A Roma le 'Falene' del cinema indipendente

Lo sceneggiatore, il distributore e uno dei protagonisti hanno presentato Falene, storia della nottata assurda, comica e tragica, di due quarantenni baresi che tentano di cambiare vita, forti di un piano incerto e di speranze ingenue.

Enzo e Totò sono soli, nella notte barese, in attesa di qualcuno. Qualcuno a cui, seguendo un piano non troppo particolareggiato, vogliono rubare una Ferrari, per andare in Francia, a Parigi, e magari comprarsi una barca, da cui salutare le belle donne e ironizzare sugli educati cittadini d'oltralpe che puliscono le strade al passaggio dei loro cani. E mentre aspettano che il momento fatidico arrivi, trascinati dal miraggio di una vita diversa, lontana dallo squallore sempre uguale e vuoto, parlano: in dialetto barese l'uno millanta conoscenze e cultura, ma senza troppa convinzione né spocchia; l'altro, più pragmatico, cerca di andare oltre i voli pindarici dell'amico. Un po' teatro dell'assurdo e un po' tarantiniano, Falene è l'opera prima di Andrés Arce Maldonado, frutto dell'adattamento di un testo teatrale di Andrej Longo, che firma anche la sceneggiatura, ed è interpretato dai bravi Totò Onnis e Paolo Sassanelli. Insieme a Sassanelli e Longo, in conferenza stampa è intervenuto anche Giovanni Costantino, fondatore di Distribuzione Indipendente, con il quale abbiamo discusso del panorama cinematografico italiano e delle nuove prospettive a cui potrebbe aprirsi.

Come è nata la tua collaborazione al film, e cosa ti è piaciuto del tuo personaggio? Paolo Sassanelli: Innanzi tutto mi è piaciuto l'autore, Andrej Longo, che ha scritto una storia, nata come testo teatrale, molto interessante, anche se all'inizio il dialetto usato era quello napoletano e non il pugliese. Poi l'abbiamo non certo riscritta, ma adattata, aggiungendo non solo il barese ma anche nuovi spunti. Io credo sia una storia molto tenera, anche se molti l'hanno considerata violenta: una storia di amicizia, come ce ne sono tante in Puglia. Anche io stesso ho vissuto così per molto tempo, quando non avevo un lavoro. A venticinque, ventisei anni avevo già iniziato a fare teatro, ma sapete com'è, a Bari... E così tutti i giorni io andavo all'edicola e mi mettevo a parlare con il mio amico Gregorio, e facevamo così tutto il tempo, perché non c'era altro da fare. A differenza di me e Gregorio, invece questi personaggi agiscono, prendono una decisione. E' evidente che tra loro c'è un legame forte, che probabilmente va avanti dall'infanzia, e che sono persone fragili, non dei veri delinquenti. Questo è un film che fa riflettere anche sulla nostra situazione attuale: i giovani dicono che per loro non c'è futuro, ma la verità è che ce l'hanno rubato molto tempo fa. Concludo dicendo che Andrej è un autore fantastico, ha scritto di cose vicine a me, che riconosco, e poi è il tipo di persona che, a differenza di tanti altri, continua a prendere l'autobus, che continua a stare in mezzo alle dinamiche della vita.

Una scena dal film Falene
Qual è stato lo spunto che ha dato origine al testo? Andrej Longo: Il primo spunto è stato un trafiletto sul giornale che descriveva un fatto di cronaca simile a questo, sebbene fosse avvenuto in Sardegna. La prima stesura l'ho scritta in italiano, e volevo mantenere una certa ironia di fondo, ma quando ho visto la prima rappresentazione non mi è piaciuta, era troppo seriosa. Quindi sono passato al napoletano, nel tentativo di portarla su un piano meno cupo. Alla fine è uscita questa versione pugliese, e la collaborazione con Totò Onnis e Paolo Sassanelli è stata bellissima: abbiamo avuto l'opportunità di leggere insieme il testo due mesi prima dell'inizio delle riprese, e quindi di stare in scena, di inventare i personaggi a poco a poco. In questo modo i protagonisti hanno acquisito spessore, si sono adattati un po' agli interpreti, e credo che avrebbero ancora spunti da approfondire.
Paolo Sassanelli: Non voglio dire che Falene sia un work in progress, ma è comunque in divenire: è nato per il teatro, poi è passato attraverso il filtro della telecamera, ma in modo totalmente indipendente, senza entrare nei canali del cinema istituzionale. Sarebbe interessante vedere a cosa potrebbe portare una nuova versione, magari su pellicola.

In un panorama in cui si afferma sempre più l'uso del digitale, credi che sarebbe una scelta utile tornare alla pellicola? Paolo Sassanelli: Io vedo che questa storia continua a cambiare: sia quando era uno spettacolo teatrale, sia nella trasformazione a film, credo ci sia stato un grande arricchimento. Forse quello alla pellicola è un ulteriore salto non necessario, ma potrebbe dire qualcos'altro ancora, magari anche lo scrittore nel frattempo ha maturato nuovi stimoli e suggestioni.
Andrej Longo: Dal punto di vista drammaturgico, come scrittore vorrei poterci mettere di nuovo le mani, i personaggi hanno ancora vaste possibilità di sviluppo. Certo, diverso è scrivere per il teatro, per il cinema o anche per la narrativa.
Paolo Sassanelli: Mi è piaciuto molto che questa fosse una produzione così viva, non soffocata dalle difficoltà come tante produzioni indipendenti, e io ne ho fatte tante. Di questo film si sente ancora la voce, ed è una bella sorpresa, perché io ho viso tante belle cose non arrivare mai in sala, e poi magari avere fortuna all'estero. Dietro c'è passione, in un panorama in cui alla parola passione ormai si associa solo la processione pasquale. La passione porta lontano, e per questo io credo che sia importantissimo continuare a lottare e a credere in quello che si fa, perché quella è l'unica strada. Il cinema istituzionalizzato ascolta solo determinate campane. Due anni fa, quando mi invitarono alla premiazione dei David, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano disse "io lo so perfettamente che siamo in una condizione disperata, e quindi ci dobbiamo inventare noi come uscirne, fare uscire la genialità tipicamente italiana". Sono d'accordo. Se fai leggere a un funzionario RAI la sceneggiatura di E.T., ti dirà che è una stupidaggine, e questo è successo veramente. Ma pensiamo anche a Rocky: al tempo Stallone non era nessuno, aveva fatto dei ruoli piccolissimi, ma credeva talmente nel suo progetto da andare alla Metro Goldwyn Mayer a proporlo e, al loro rifiuto di usarlo come protagonista e regista, da vendersi persino il cane per realizzarlo in proprio. Alla fine alla MGM hanno ceduto, ma noi ce l'abbiamo il coraggio di venderci il cane? Io dico che se si ha un'idea bisogna andarle dietro fino in fondo, perché intorno a noi nessuno ci darà niente.
Andrej Longo: In generale i produttori cinematografici non leggono mai nulla. Un mio amico ha scritto un libro, Pericle il nero, che poi ha avuto anche un buon successo, e lo abbiamo mandato a diversi produttori: per un anno abbiamo telefonato, non ci rispondevano mai, e alla fine una segretaria per esasperazione ci ha detto che non erano interessati. Abbiamo mandato in Francia solo la copertina e una breve sinossi, e dopo quindici giorni ci hanno detto che erano interessati, e che potevamo metterci a lavorare sulla sceneggiatura. Poco tempo dopo mi è capitato di incontrare uno dei produttori a cui avevamo inviato il libro, e quando io gli ho chiesto cosa ne pensasse, mi ha detto "noi vorremmo davvero fare un film così, è proprio quello di cui abbiamo bisogno". Non sapeva nemmeno di averlo avuto per un anno sulla scrivania. Se non sei conosciuto non ti leggono nemmeno, solo se acquisti un minimo di notorietà puoi sperare che siano loro a chiamarti per primi.
Paolo Sassanelli: Questo perché non c'è passione. Perché il figlio del deputato, dell'ingegnere si sveglia la mattina e dice: papà, voglio fare il direttore di un museo, il responsabile dell'area fiction di una rete. Funziona così: c'è gente incompetente anche nel cinema istituzionale. Travaglio ha detto che abbiamo una classe dirigente insulsa e incapace, ed è vero: per questo la si deve scavalcare, o passarle sotto, mai scontrarcisi, perché è lì che si perde. Il cinema indipendente è uno dei mezzi per farlo.

Da cosa è nata la decisione di fare di questo testo teatrale un film? Giovanni Costantino: Io ho visto lo spettacolo nel lontano 1999 o 2000, e dopo sette anni di lavoro siamo riusciti a fare partire le riprese del film. Io stesso sono attore, ho prodotto nel teatro e così ho deciso di organizzare questa nuova sfida. Siamo riusciti ad avere la collaborazione della grande Gabriella Cristiani grazie al fatto che è amica di Raffaella Azim, il nostro produttore esecutivo. Siamo andati da Gabriella e lei non ha nemmeno voluto vedere il premontato, perché noi ci presentavamo come indipendenti e, secondo lei, se ci avesse offerto la sua collaborazione non lo saremmo più stati. Ma noi abbiamo insistito, e dopo due giorni ci ha richiamato e ci ha detto che lo voleva fare comunque, che avrebbe "fatto la pirata" per noi. Il suo lavoro è stato importantissimo, si è dimostrato davvero pensato per il cinema: su alcune scelte io avevo delle perplessità, ma i fatti hanno dato poi ragione a lei.

La compenetrazione con la musica è molto azzeccata. La colonna sonora era la stessa anche a teatro? Giovanni Costantino: No, a teatro le musiche erano diverse, ma qui abbiamo lavorato con Francesco Forni e siamo contentissimi di averlo fatto, perché lui è uno che scrive le musiche mentre vede le scene, e lo fa bene. E' un cantautore importante, e il suo contributo è stato particolarmente apprezzato in Francia per l'ironia dei suoi testi. Anche i disegni di Carlo Montesi hanno aggiunto qualcosa di significativo: sono ispirati a Cézanne e, per mia volontà, ha inserito in una delle tavole un omaggio a Prévert, che nessuno capirà a parte me. Un'altra chicca è la parte in cui Totò ed Enzo sniffano la cocaina e ironizzano sulla sua provenienza colombiana: è nato come uno scherzo al regista, e, sebbene fosse improvvisato sul momento, è venuto talmente bene che non abbiamo dovuto interrompere quel piano sequenza di quaranta minuti.

Tra i riferimenti del testo c'è sicuramente il teatro dell'assurdo di Samuel Beckett, ma c'è anche una grande attenzione all'elemento popolare. Come avete unito le due cose? Andrej Longo: A me mettere in luce le radici popolari piace molto, c'è sicuramente un forte rimando a Godot, come anche a I Basilischi di Lina Wertmüller, a quell'attesa in cui non succede niente. Ma io volevo anche far succedere qualcosa, che è poi lo snodo delle vite dei protagonisti.

Perché non hai calcato la mano sull'assurdità dei protagonisti? Andrej Longo: Perché è la loro umanità che conferisce loro tragicità: sono personaggi veri proprio perché umani. Se fossero stati più surreali sarebbe venuto meno l'elemento di verità che invece è importantissimo.

Il film sarà distribuito con i sottotitoli? E in quante copie? Giovanni Costantino: Abbiamo scelto di distribuirlo con i sottotitoli inglesi, perché non si tratta di un pugliese troppo stretto, e se capita che qualche termine sia proprio incomprensibile viene sempre ripetuto dopo poco in italiano. Abbiamo cercato di puntare su un pubblico che magari vive in Italia ma che è straniero, rispetto al classico film in lingua originale sottotitolato in italiano. Il film uscirà in circa quaranta - cinquanta copie, perché non stiamo ancora lavorando a pieno regime.

Come avete scelto il regista? E quanto è costato il film? Giovanni Costantino: Il film è una coproduzione a cui ha contribuito tutto il cast, insieme al regista, i produttori e tanti altri, che quindi non sono stati pagati ma a cui spetterà ovviamente una parte degli utili. E' costato intorno ai cinquanta - sessantamila euro, con i quali abbiamo pagato le maestranze e la postproduzione. Andrés è un regista colombiano ma italiano d'adozione, ha giù ricevuto numerosi premi per il suo lavoro e questa è la sua opera prima come regista: lo abbiamo scelto perché riteniamo che nessuno come lui sappia utilizzare con tanta maestria la nuova tecnologia, e quindi l'alta definizione. E' da quando aveva nove anni che vive con una telecamera in mano!

Quali sono i vostri prossimi progetti come distributori? Giovanni Costantino: A novembre sono in uscita altre due nostre pellicole, e in più, con altre società di distribuzione, vorremmo organizzare un premio per il cinema indipendente.
Paolo Sassanelli: E ancora torno a parlare di passione, la passione che porta a soddisfare una necessità: ci sono sceneggiatori che non dormono per mesi perché devono scrivere una storia. La passione porta sempre a qualcosa di buono, ed è giusto che anche in Italia si sviluppi il gusto di scoprire e di essere informati. Registi come Sorrentino, o Tarantino hanno utilizzato attori sconosciuti, o li hanno usati in maniere nuove: noi siamo ancora distanti da queste realtà, ma dobbiamo cercare di non essere mai scontati, di guardare a cose nuove.

A Roma le 'Falene' del cinema indipendente
Privacy Policy