Amici miei

1975, Commedia

Amici miei, ricordi nostri: 40 anni passati 'come fossero antani'

Canto del cigno della commedia all'italiana, il cult di Mario Monicelli ritorna al cinema il 16 e il 17 novembre assieme al suo intramontabile spirito goliardico. Un manifesto sociale irriverente che, sotto uno spesso strato di umorismo, nasconde un ritratto pieno di disincanto.

Amici miei

1975 – Commedia
3.9 3.9

A volte ritornano, ma in questo caso non se ne sono mai andati davvero. Quel quartetto inseparabile di amici guasconi, tra una finta partita a poker e uno scherzo telefonico, ha compiuto 40 anni ma è rimasto sempre unito, intatto, tenuto in vita da immagini immortali, tormentoni linguistici e l'eco delle risate che nel corso del tempo non si sono sbiaditi neanche un po'. E i loro faccioni molleggiati sulla locandina del film di Amici miei racchiudono tutta la voglia repressa di uscire dagli schemi, di rompere le scatole alla quiete del socialmente accettabile e giocare, giocare ad oltranza. Con la vita, con la morte, con il cinema stesso. Come giullari infaticabili alla corte di una Toscana tutta loro, il decaduto Conte Mascetti, il solitario giornalista Perozzi, l'architetto Melandri e lo scansafatiche Necchi hanno scherzato tutto e tutti, attraversando con leggerezza la storia del cinema italiano. Amici per scelta e mai per dovere, i compagni di Mario Monicelli hanno dato corpo allo spirito umoristico più anarchico e irriverente, ad una spensieratezza nostalgica dei tempi andati che possono ritornare solo a sprazzi. Il cult del regista romano è, in effetti, una carrellata giocosa dentro un'Italia che stava cambiando, non più beata del boom economico, ma più zoppicante per le tensioni politiche e sociali che la stavano attraversando. Nato in questo contesto plumbeo volutamente messo da parte, Amici miei tira fuori il jolly (anzi, ne tira fuori quattro o cinque), ovvero un film che si avvinghia ad un disimpegno di vitale importanza per sopravvivere a quello che c'è fuori dalla sala, anche per sole due ore.

Un'immagine tratta da Amici miei, il capolavoro di Mario Monicelli

Lo ha fatto grazie ad un nucleo indissolubile formato da attori in stato di (dis)grazia, mai maschere, mai adagiati sul comodo stereotipo, ma reali e autentici nella maniera più agrodolce possibile. Cinquantenni che non volevano tornare a casa dalle loro mogli tradite, da figli in cui non si riconoscevano ("quando penso alla carne della mia carne, divento subito vegetariano"), a impieghi tristemente grigi. Un film sull'amicizia, nato da un gesto di amicizia. Ideato e scritto da un Pietro Germi che per motivi di salute non lo ha potuto dirigere, Amici miei passa nelle mani di un Monicelli scatenato, mattatore di quattro mattacchioni che non volevano crescere e infatti non sono affatto invecchiati. E allora vediamo cosa è rimasto di questi cinquantenni quarant'anni dopo, diventati amici di tutti a suon di irresistibili supercazzole.

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Scherzando sul serio

Ma che è morto sul serio?

Amici miei: una scena del film diretto da Mario Monicelli

La loro potrebbe sembrare la classica crisi di mezza età, ma non è così. Quella di questi amici è una vera e propria filosofia di vita, un preciso modo di intendere l'esistenza, dove lo scherzo e lo sbeffeggio servono come vaccini contro l'amarezza della vita. La solitudine, la povertà e la noia del quotidiano vengono sublimate attraverso il bisogno di stare insieme e irridere quella stessa routine da cui si fugge: vigili presi in giro, gestacci davanti alle suore, pensionati ridicolizzati. Eppure il tono di Amici miei non dimentica mai il motivo alla base delle sue scorribande irriverenti, ovvero un forte senso di inadeguatezza di quattro borghesi incastrati nella società del loro tempo. E grazie a questo quartetto di Peter Pan, ci ritroviamo dentro ad una favola stramba, vissuta da bambini con il cappotto, la barba e i baffi che giocano a vivere nell'Italia degli anni Settanta. E come nelle migliori delle storie, la morale di quest'opera tragicomica arriva alla fine. Con quella risata rotta dal pianto al funerale di Perozzi, canticchiando sino all'ultimo "Bella figlia dell'amore" nel bel mezzo di una marcia funebre.

L'importanza di essere zingari

Amici miei: Ugo Tognazzi, Philippe Noiret e Duilio Del Prete in una scena del film

Come vagabondi sorridenti alla perenne ricerca di un guizzo nella banalità di ogni giorno, gli amici di Monicelli rappresentano una delle più credibili rappresentazioni dell'amicizia maschile viste al cinema. Il forte senso di appartenenza, la scherzosa misoginia e gli sfottò reciproci, sono il collante che unisce quattro persone in cui è facile riconoscere qualcosa di autentico. Nel quartetto raggruppato da Perozzi c'è tutto quello che davvero succede tra amici, a partire dal bisogno di ritagliarsi un momento di libertà che nel film assume una precisa definizione: "zingarata". Un termine pregno di significato, incarnazione dello spirito nomade di questi uomini eternamente nostalgici di tempi andati che ogni tanto fanno ritornare.

Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi?

Sentirsi zingari significa vagare senza meta, senza domani e senza alcun programma, perché l'unica cosa davvero importante è condividere il proprio tempo con gli amici di sempre. Una passione e uno spirito di cameratismo talmente forti da sorvolare ogni cosa: i tradimenti, la malattia, la povertà. La grandezza di Monicelli emerge quando tratteggia con cura maniacale il luogo di ritrovo per eccellenza: il bar di Necchi. Un posto simbolico, tappezzato di celebri marchi italiani, nonché vero e proprio teatro della commedia. Ci sono il palcoscenico (il bar) e un agitato dietro le quinte (il retrobottega), ovvero il porto sicuro, la tana della banda dove si complotta, si copre il tradimento del compagno e si prendono in giro i pensionati. Qui si riunisce un'allegra brigata che vive di ricordi e si ritrova dopo che un uomo triste fa i conti con se stesso, alle prese con un'amara ammissione: "Non mi va di stare solo".

Ina scena di Amici miei di Mario Monicelli

Giocare con il cinema

In Amici miei si divertono un po' tutti: l'affiatato gruppo di protagonisti, noi spettatori e il regista stesso. Monicelli ha costruito un film fortemente metacinematografico, in cui oltre a scherzare con la vita e con la morte, si gioca anche con il cinema. Il film si apre come il più classico dei noir: voce fuori campo, un personaggio solitario che affronta la fine di una notte, dentro un impermeabile e sotto un cappello dove nasconde tutto il suo disincanto. La voce di Philippe Noiret (doppiato da Renzo Montagnani) ci accompagna nella sua missione personale: riunire lo storico gruppo di amici.

Che cos'è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione.

Dopo aver dato sfogo al cuore del film, ovvero una commedia irrefrenabile, dolente ed insolente, Monicelli ritorna, da buon burattinaio, a tirare i fili della nona arte proponendo una lunga parodia del gangster movie e del poliziottesco all'italiana. Usando lo scherzo infinito nei confronti del povero pensionato Righi come espediente, il film diventa un concentrato di dialoghi sopra le righe, situazioni esasperate, aprendosi ad uno spirito ludico senza freni. Inseguimenti, boss sporchi di sangue e i celebri nemici "marsigliesi" aiutano Monicelli a ridere del cinema di genere attraverso il cinema. Così Amici miei ci fa capire quanto, prima che un film divertente, sia un film divertito, anche lui un po' zingaro.

Comicità pura: supercazzole e schiaffoni

Oltre ad essere entrato nella storia del nostro cinema, Amici miei ha riscritto anche i nostri vocabolari, influenzato il nostro modo di parlare ed esprimerci, perché quello pubblicato da Monicelli è un dizionario che parte dalla "a" di "amici" e finisce alla "z" di "zingarate". Nel mezzo emerge quel neologismo esilarante che risponde al nome di "supercazzola". Elogio del non senso, la supercazzola non andrebbe spiegata, ma vista all'opera, soprattutto quando a metterla in scena c'è Ugo Tognazzi. Il Conte Mascetti, punto di riferimento assoluto per tutti i paraculo del pianeta, la maneggia con eleganza mentre si destreggia tra "scappellamenti" e gestacci, sparando a raffica parole forbite alternate a termini inesistenti, totalmente improvvisate al momento. Una nobile arte dialettica del raggiro, un capolavoro di oratoria e sbeffeggio che è arrivato persino nei nostri smarthpone (provate a chiedere a Siri "come sta antani").

Tarapia tapioco come se fosse antani con la supercazzola prematurata, con lo scappellamento a destra

Queste cronache di amabili cazzeggi culminano poi nella scena madre, quella della stazione. Un luogo a suo modo magico, enfatizzato dal cinema a furia di arrivi e partenze spesso strazianti, viene qui totalmente deriso a suon di schiaffoni a sconosciuti e figli. Una scena che fa sempre ridere, perché piena della comicità più pura, degna del miglior cinema muto.

La dignità del Conte Mascetti

Ugo Tognazzi in una scena del film L'anatra all'arancia

A Monicelli basta una scena per dirci tutto di lui. Con quella sintesi pregnante che solo i grandi registi possiedono. Uno sguardo pietoso nella casa umida e scorticata del Conte Mascetti, nobile caduto in disgrazia dopo aver sperperato un patrimonio, sbirciato nel momento del risveglio. Accompagnato da una musica cadenzata sui suoi passi, Ugo Tognazzi si muove in uno spazio squallido mantenendo sempre una certa classe. Le movenze, il pigiama rigato, il cappotto e la sciarpa non lasciano che la miseria dell'intimità venga mostrata al mondo là fuori. La grandezza di questo personaggio va oltre l'impeto comico e la critica cinica al perbenismo di facciata della borghesia. Il Conte Mascetti è un concentrato di dignità, un uomo che intende l'amicizia come complicità e mai come richiesta compassionevole. La perenne ricerca del telefono e i letti chiesi in prestito non negano a Mascetti una fierezza di fondo che lo rende un disgraziato distinto, pezzente ma pur sempre signore, anche quando indicando una busta di plastica dice all'amico "dammi la valigia". Ecco, crediamo che il personaggio di Tognazzi sia l'anima di Amici miei, quello che meglio si adegua al sapore di questo film pieno di dolce amarezza.

Bisogno sempre, elemosina mai

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