300

2006, Azione

300: la computer grafica dal realismo al simbolismo

Anche di più di quanto Sin City aveva fatto in precedenza, il film di Snyder cerca di cambiare l'uso che viene fatto degli effetti speciali, passando dalla ricerca del realismo per elementi immaginari all'astrazione di elementi reali.

Gabriele Niola

Un film deve essere reale? La risposta dovrebbe essere facile: no. Specialmente se l'irrealtà ha motivazioni estetiche e specialmente se il film in questione si pone come obiettivo la rassomiglianza con un fumetto che già di suo è molto lontano dal realismo.
Ecco in due parole una buona ragione per mettere sotto contratto non una ma ben dieci case di produzione di effetti speciali. Un esercito di esperti sparsi in giro per il pianeta che lavorano in contemporanea, ognuno concentrato su un aspetto del film. Questo, nonostante un forte coordinamento centrale, ha fatto si che il film risulti estremamente eterogeneo nella fattura e nello svolgimento, cosa che da principio non era nei piani del regista Zack Snyder, ma che in seguito è diventato il segreto per tenere lo spettatore sempre sulla corda.
Ma non solo, l'idea profonda che sta alla base di 300 (come di altri recenti film che stanno spingendo in avanti l'uso degli effetti speciali) è che ormai gli interventi al computer in un film non devono più servire a meravigliare il pubblico, non devono necessariamente più essere un elemento di sorpresa che riesce a rendere verosimile ciò che non esiste, si tratti di personaggi fittizi, aerei, esplosioni o scenari futuri. Gli effetti speciali devono entrare in una seconda fase in cui invece di mostrare ciò che non è esiste come se esistesse, mostrano ciò che esiste in una maniera irreale. Si passa gradualmente al simbolismo. La dimensione estetica, che è cresciuta sempre di più in importanza da quando il cinema asiatico si è imposto all'attenzione mondiale, contagia anche il mondo degli effetti speciali facendo cambiare il loro ruolo ed utilizzo.

Come già Sin City in precedenza, anche questo film tratto da un fumetto di Frank Miller è stato girato in prevalenza avvalendosi della tecnica del bluescreen, che consiste nel far recitare gli attori davanti ad un pannello (solitamente di colore blu) al posto del quale viene poi inserito lo sfondo generato al computer. In questo modo gli attori possono recitare in qualsiasi tipo di scenario. Si tratta solitamente di una tecnica che viene usata per integrare nei film delle sequenze non ricostruibili in studio, ma per 300 il bluescreen è stato la regola e la costruzione di set l'eccezione. Bisogna infatti considerare che tutto il film è stato girato in soli tre set, nessuno dei quali all'aperto.

Ma non solo gli sfondi sono frutto della computer grafica; per rendere l'idea del mondo evocativo immaginato di Miller anche elementi come gli schizzi di sangue e i colpi di freccia sono stati generati al computer. Tutto doveva essere assolutamente irreale e stilizzato, ogni elemento doveva provvedere alla dimensione estetica dell'opera.

Uno dei pochi trucchi non totalmente tecnologici ma astutamente artigianali è stato quello che consente all'oracolo di fluttuare nell'aria. Ad un certo punto del film accade che Leonida, il re degli spartani, debba recarsi dall'oracolo per ricevere ordini sul da farsi: quest'oracolo parla per bocca di una ragazza invasata che dopo aver fluttuato delicatamente nell'aria in mezzo ai fumi pronuncia le parole rivelatrici. Quella sequenza è stata girata come tutte le altre davanti ad un bluescreen ma le dolci ed irreali fluttuazioni non sono state ottenute unicamente con un ralenti, come si potrebbe immaginare: la ragazza, infatti, è stata immersa in una vasca trasparente. In questo modo sarebbe stato possibile vedere attraverso le pareti della vasca il blu del pannello, in modo da poter rendere le fluttuazioni della ragazza incredibilmente ed efficacemente surreali.

300: la computer grafica dal realismo al...
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